Tutte le arti mirano alla stessa cosa: la cristallizzazione del momento metafisico, quello in cui la coscienza è capace di contenere la visione, di apprenderla tutta quanta simultaneamente. Allora ha luogo la necessità di ricordare, di mantenere il fuoco ed il sentimento, di mettere l’immagine al suo posto nel mondo. Non è una questione di comunicare o condividere soltanto. Coloro che sono capaci della stessa visione si raccolgono in una comunità. Quelli che non ne sono capaci compiono un atto di fede intuitivo, ma forse ancora più profondo.

Mio Padre era un pescatore metafisico, capace di vedere il pesce muoversi con l’occhio della mente. In connessione con i banchi subacquei poteva decidere di aspettare delle ore per ottenere quello che voleva, nell’attesa preparava il palamito, il filo sospeso che permetteva di ottenere le prede migliori con il minimo sforzo fisico. La sua azione non era solo manuale, ma piuttosto ipnotica, c’era una cospirazione fra lui ed il pesce, la barca scivolava e la comunione avveniva.

Mio Padre era un cuoco sublime, teneva la padella con gli occhi chiusi e la ritirava nel momento della perfezione di cottura, quando l’olio sfrigolante raggiungeva l’acme di congiunzione fra l’acqua ed il fuoco, come Santa Teresa d’Avila. Prima di qualunque decorazione ciò a cui badava era la perfezione delle temperature, che implicano una distorsione del tempo. Una volta che l’atto della cottura era compiuto l’attenzione dei commensali era totale, immensa.

Mio Padre badava a poche cose, gli stava a cuore il brevissimo momento tra la pesca e la cottura. Gli stava a cuore il vino, la cui preparazione e fermentazione seguiva da vicino, affidandola a diversi piccoli produttori con cui aveva una relazione fraterna. Amava anche imparare ad avere una relazione con chi mangiava il suo cibo, collaborando con lui nell’esecuzione del rito. Mio padre si è occupato per tutta la vita della cultura dell’arte che nutre davvero.