Amor mío, mi amor, amor hallado
de pronto en la ostra de la muerte.
Quiero comer contigo, estar, amar contigo,
quiero tocarte, verte.

Me lo digo, lo dicen en mi cuerpo
los hilos de mi sangre acostumbrada,
lo dice este dolor y mis zapatos
y mi boca y mi almohada.
Te quiero, amor, amor absurdamente,
tontamente, perdido, iluminado,
soñando rosas e inventando estrellas
y diciéndote adiós yendo a tu lado.
Te quiero desde el poste de la esquina,
desde la alfombra de ese cuarto a solas,
en las sábanas tibias de tu cuerpo
donde se duerme un agua de amapolas.
Cabellera del aire desvelado,
río de noche, platanar oscuro,
colmena ciega, amor desenterrado,
voy a seguir tus pasos hacia arriba,
de tus pies a tu muslo y tu costado.

Jaime Sabines

Nessun ambiente genera la distorsione emotiva, percettiva, fisica infine, come la famiglia. Perchè è il luogo dell’abbandono, della fiducia senza riserve, dove ogni cosa va accettata, per bisogno, per necessità, per amore. Le relazioni tendono sempre all’uccisione dell’altro, è necessario perciò sospendere la condizione altra, cessare di immaginare un altro al di fuori, che non esiste, e che sarebbe impercettibile.

Noi possiamo vedere solo noi stessi, possiamo comunicare solo con chi ci è perfettamente identico, fatto della stessa sostanza, nutrito dalle stesse visioni, dalle stesse impalpabili immaginazioni. Sarebbe ozioso desiderare la connessione con l’altro, non sapremmo da che parte guardare. Quello che vediamo siamo noi, non c’è nessuno sforzo di accettazione se non di sè stessi. Immaginiamo di dovere, per tutto il tempo che ci rimane, solo accettare, non affermare.