Parlare di questo vuoto è il mio compito, illustrarne cavità ed anfratti: la guida all’utilizzo di una macchina morbida. Sono del tutto inconsulti i miei modi, privi dell’intelligenza necessaria, e pure privi di vanità. E una strana macchina, quella del mondo: niente confini nè limiti, tranne un’esistenza del tutto improbabile.

Si tratta di questo: le porte si aprono, le porte si chiudono. A noi trovare la direzione, il verso, il senso, a profilare vettori di comprensione, lungo una linea di esplorazione del nostro cuore autentico. L’intelligenza è lo strumento di orientamento. Essa si svolge tra di noi, al fine di nominare le componenti del nostro mondo comune, del nostro terreno di gioco.

Grandi felicità, grandi tristezze. Tutto il nostro tempo è impiegato a definire i contorni delle cose, per poter riuscire a respirare lo spazio in mezzo, a queste cose. Sono contorni vaghi, quelli a cui ci riferiamo, abbiamo bisogno di aggettivi fermi, che sono la vera illusione. Abbiamo bisogno di parole perfette, lisce e levigate come cristalli.

Me lo godo con piccoli circoli di riflessione, questo vuoto, io. Lascio che si rinfranga su sè stesso, come una marea leggera, da laguna estiva. Ne esploro le foci, senza alcun interesse per la sorgente, che mi è preclusa per definizione. Non sono mai solo, non potrei dire io se lo fossi, Non potrei dire stesso, o mio.