Finchè non permettiamo al mondo di toccarci, non esistiamo. Accarezziamo corde di seta, nel processo, rivestite di un acciaio lucidato e sagomato su coordinate fini e precise. Poi accettiamo un percorso, finito e circostanziato. Ne esploriamo luci e bordi, badando a non ferirci le mani, ne ascoltiamo la tenerezza ed il calore.

Ogni differenza deriva da un equivoco: occorre evitare la parola tu, voi. Quando dico io intendo l’aria, quella che respiriamo tutti. Non parlo per enigmi, respiriamo tutti le stesse molecole, le prendiamo in prestito, le restituiamo. La mano destra sa quel che fa la sinistra: forse sarebbe meglio di no. Smettere, per esempio, di comunicare.

In effetti, comunichiamo piuttosto male. Nemmeno prendiamo accordi preventivi sul vocabolario, azzardiamo codici e normative che poi dobbiamo spiegare, con espressioni imperfette, cariche di emotività logora e stantia. Invece ci occorre un nuovo sussidiario, un nuovo modo ed un nuovo carattere, una tipografia più adatta all’anima del mondo.

Così, infine, il mondo ci tocca, e ci troviamo di colpo sulla stessa barca lanciata negli spazi siderali, a velocità spaventose. Siamo bravi a far finta di nulla, con le nostre robuste cinture allacciate ed i contratti della sicurezza firmati. Altrimenti il mondo ci detesta: se non stiamo mai veramente al gioco. Prende il suo pallone e se ne va.