C’è qualcosa di magico in questa scrittura fluida, quotidiana, non certo di ragionevole. Spesso mi immedesimo nei miei lettori, gente eccentrica, e mi do il nome di qualcuno che conosco. Immagino le mie reazioni a queste lame di luce impreviste, a queste indefinitamente riflesse accrezioni ideali. Ma non sono un idealista io, sono un uomo pratico, e passo oltre.

Ci sono lettori apprezzati in modo particolare, alcuni più di altri, che sanno intuire la struttura nascosta del discorso. Ci sono domande che nell’aria galleggiano, data la natura zuccherina e fluente, mentre alcune risposte, elusive, mi abbandonano. Sopra ogni altra cosa c’è il suono degli aggettivi distillati, perle di una collana scomparsa, svanite nell’aria.

Scrivere è parlare d’amore invece di costruirlo. Una meditazione senza un senso particolare, senza lo scopo preciso della musica, o della cottura balsamica. Una pausa nell’incrementale accumulo di nozioni utili. Una bolla provvisoria nello spazio e nel tempo. Scrivere non ha il senso della continuità, chè ogni oggetto scritto è polvere così poco nitidamente connessa.

Un biglietto scritto con cura non è un appuntamento, non contiene nessuna promessa autentica. Non ci fosse lo spazio graziosamente destinato, perderei ogni memoria. Ogni mio afflato verso un destinatario incognito sarebbe fumoso, vano, inutile. Invece, mentre le righe si susseguono, il mio cuore spalancato chiede una revisione, ai fini della fertilità.