La nostra memoria è un costrutto identitario, un architettura di definizione stesa su di un tempo immaginario, che vorremmo si piegasse ai nostri desideri e che non manca mai di tradirci. Se davvero avessimo un passato saremmo saturi fino alla nausea, se non fosse che possiamo contenere solo un certo numero di idee balzane, saremmo intossicati e dolenti.

Il nostro panorama esistenziale, invece, consiste tutto di una fervida immaginazione, che struttura e limita in modo confortevole il nostro mondo. Dovrebbe esserlo, almeno, confortevole: perchè mi sfugge invece come ci si possa sentire prigionieri di un mondo che nessuna consistenza possiede. Se non è un immenso campo di grano nel sole, a che cosa potrebbe mai servire la nostra idea di mondo?

L’esistenza è un labirinto, uno di quei viaggi di cui abbiamo bisogno per vedere chi siamo, per rifletterci nello specchio degli altri. Ci attrezziamo, soltanto, per resistere al tradimento, all’abbandono, alla rovina di quella stramba idea che abbiamo di noi stessi. E’ una tale sciocchezza resistere allo stare al passo con quel che siamo quando siamo con chiunque davvero siamo.