A volte è curioso come la tua bellezza ti conduca, incurante di sè stessa, ad una melanconia malferma, insicura, priva di contatto con la terra. Ti guardo, senza toccarti, mentre ti lasci trascinare dal tuo corpo, così tradito e abbandonato e che non riesce ad essere confortevole per te, in nessun modo. E’ illuminante la tua velocità, oscillante e pure priva di direzione, attraverso i moti inconsulti della stagione.

Così, lasci che la tua pelle muti, che si stacchi come un involucro indifferente, e rinnovi la tua perfezione. Un nuovo veicolo appare, scintillante e morbido. Ai miei occhi sei rimasta uguale, ma intuisco una nuova e ben ritmata allusione: guardi me stesso che ti guardo, in una coincidenza di intenti che a volte è allarmante. Mi fido, però, dei tuoi occhi, chè possono dar corpo ad ogni necessità.

Infine, svolgi te stessa come seta, del tutto emancipata dall’estate. Affronti l’anno nuovo come il vino, pronta al buio e alla tempesta dei sentimenti. Solo, ti chiedi chi si curerà di te, chi raccoglierà i tuoi nastri, le tue melodie. Chi interpreterà, con una certa approssimazione, i segni del tuo passaggio, della tua sconvolgente danza attraverso i campi, attraverso tratti e velature?