Si scrive quando la gioia o il desiderio di vivere non basta: è allora che ci si rifugia in quella stanza separata, in cui leggere un testo significa identificarne la patologia. Si scrive quando e perché si è malati, è allora che l’opera letteraria si rivela, attraverso il suo malessere, e le infezioni che l’hanno provocata, in un procedimento vivisettorio che denuda o libera le infinite variabili forme della realtà. Si scrive per pensare, si scrive per capire, si scrive – fondamentalmente – per vivere.

Cesare Garboli
Pianura proibita

A Public Library

Ci sono molte fonti di conoscenza, in questi tempi dell’accesso. Certo, l’informazione autorevole sta nel processo di lettura e di scrittura, sempre se la relazione fra le parti è al di sopra di una certa intensità. Probabilmente questo processo richiede chiavi e modi riservati, ma io non direi affatto esclusivi: chi cerca, trova e i luoghi stessi in cui cercare sono sotto i nostri occhi. Pure quando sono occulti all’apparenza.

Ogni conoscenza umana consiste tanto di natura quanto di cultura, ciascun ambiente è una fitta rete di parametri di riferimento intersecati a oggetti mobili che vanno studiati, investigati, in modo possibilmente esatto e completo. La pratica della vita quotidiana contiene sempre ambienti sani in cui esercitarsi e probabilmente sarebbe sufficiente smettere di muoversi in modo vano e frammentato, più che dirigersi forzatamente.

La pratica e la cultura dell’arte, della cottura del pane come della pesca della triglia o della coltivazione della vigna sono perfettamente sufficienti in sè per comprendere l’intero nostro ambiente metafisico, per restare connessi ad esso e per esplorarne i lati meno evidenti. Così pure: ogni disciplina celeste non può prescindere da un contatto con la terra, che si intenda utilizzare la musica che la scherma o la lontananza.