Generally, it doesn’t matter too much if we are stupid, providing we know we are stupid. This is normal-abnormal. We are all pretty dopey most of the time, but a person of maturity cultivates a certain distance from their dopey-manifestations that, in time, confers a measure of personal freedom. One example of which is, that I don’t have to ask dopey questions because I know dopey questions generate negative repercussions that (inter alia) cause waste & are destructive. If we don’t know the depth of our stupidity, we have no distance from our mechanical & automatic behaviours. That is, if we don’t know we are stupid, we are dangerous.
RF

La nostra figura sociale, la nostra immagine pubblica, ma infine pure la nostra nozione di noi stessi, è il riflesso delle nostre azioni. Ogni singolo movimento, ogni spostamento, ogni moto determina un atto, un modello, un esempio con il quale veniamo identificati, visti, conosciuti, anche da noi stessi.

Ciascuna spinta educazionale, ogni esercizio di apprendimento, la nostra quotidiana pratica, dovrebbe essere formata sulla consapevolezza della rilevanza attuale. Dovremmo tenere conto che la nostra azione è sempre visibile sul nostro volto, e che anche quella più privata, più riservata, è evidente per chiunque ci guardi.

Entro un certo limite, siamo quello che tutti vedono. Se la competenza dell’osservatore fosse alta ed importante saremmo del tutto comprensibili, ammirabili o esecrabili. Pure, gli atti sono segreti quanto il principio motore, nascosti in una coscienza limitata, costretta, negletta perfino. Vediamo quel che vogliamo vedere, negli altri, e speriamo ugualmente che si veda solo quello che vogliamo.