Honour and shame, not law, are the real constraints among people who know each other. So long as there is a tangible community—where everyone knows everyone else­­—people tend to behave better.
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Ecco qualcosa difficile da discutere: siamo quello che ricordiamo. L’immagine di noi stessi, nella dimensione del tempo, muta, si rivolta al nostro desiderio, cangiante come seta nel sole. La nostra memoria ci definisce per noi stessi, priva di qualunque riferimento, eccetto l’immagine che altri hanno di noi.

Forse l’unica follia è la separazione fra l’immagine che abbiamo di noi stessi e quel che si vede da fuori, da quello che noi stessi non siamo. Ogni strategia interna, ogni ipotesi di evoluzione, va misurata su qualcosa di più oggettivo dell’immagine che abbiamo di noi stessi, per come ci ricordiamo.

E pure nessun riferimento oggettivo è veramente fuori di noi. Gli occhi dell’amato, così apparentemente esterni a noi, sono lo specchio attraverso il quale intendiamo percepirci, nel tentativo di allargare la definizione. Ma gli occhi della nostra mimesi non ci sono affatto esterni. Molto più utili gli occhi della nostra nemesi, nostro solo, vero alleato.