La singola azione umana, nel tempo, non può che avere un impatto in sè irrisorio. Ma le leggi fisiche, molto prima di quelle che chiamiamo spirituali, cospirano a favore dell’azione chiara, ferma, completa. L’insieme dei gesti che compongono questa azione, che può divenire potentissima, formano la disciplina.

Esistono discipline tradizionali, note e codificate, entro un certo limite, e perciò trasmissibili attraverso un insegnamento che è, simultaneamente, del tutto trascendente qualunque tecnica ed estremamente pratico. L’azione diretta, quotidiana e continua, genera risonanze inaspettate, che devono essere sopportabili per chi le genera.

Insegnare non è una parola utilissima, molto più utile apprendere, per esempio, o imparare. Pure, l’esperienza di chi si trova sette passi avanti a noi è quasi indispensabile, in condizioni normali. Si organizza, da parte di chi insegna, un contesto in cui la pratica necessaria divenga possibile, senza alcuna imposizione obbligatoria, per la costruzione del senso di necessità.

I nostri maestri simulano l’esistenza di corsi in cui le informazioni tecniche vengono impartite. La loro buona fede sta lì a garantire una trasmissione di qualità, la disposizione di segnali puri nell’aria, nelle mani, nei cuori. Da parte nostra è necessaria una certa qualità di obbedienza poggiata sulla buona fede degli insegnanti, della quale non possiamo dubitare.

Nella realtà nulla può davvero venir insegnato: si dispongono i tessuti, ciascuno usi il tatto ed il gusto. L’imitazione dell’esempio dell’insegnante è solo la spinta di partenza, ciascuno ha le sue precise responsabilità che emergono durante la pratica imitativa stessa. Ogni mimesi, poi, genera una identità, una comunità da cui mai dovremmo trascendere.