Il nostro lavoro, sentimentale quanto tecnico, è l’indicazione più precisa di quel che crediamo di essere: della qualità, o meno, della nostra presenza di spirito. Le misure non sono molte, neppure guardando all’interno del moto, dell’azione potenziale che trova o meno espressione. Figuriamoci visto da fuori: il suono della nostra voce, il gusto della nostra zuppa, non c’è altro.

E’ nell’approssimarsi della sera, nel voltare la carta, che ogni indicazione viene data. E’ una giornata di lavoro quella che sta finendo, una giornata di pratica continua e completa, in cui il nostro esercizio è stato organico, concluso, consistente. Mentre ci avviamo alla cucina per preparare il pasto serale, qualcosa nel cielo si apre.

La nostra meditazione, o meglio la pratica esercitata finalizzata all’apertura informativa, è in atto senza speciali intoppi. I gesti sono misurati, lo spreco ridotto, possiamo sperare nella giusta benevolenza, in effetti: il cibo sul tavolo della cucina ne è testimone e promessa. Dobbiamo pulire, preparare e cuocere la nostra dotazione.

Il taglio del fondo da soffriggere è focale, nell’evocazione della zuppa perfetta: cipolle asciutte e mano ferma, le unghie piegate all’indietro, la lama scende fermamente a rendere il nostro patrimonio efficace. Sedano, carote, sull’olio prima del punto di fumo, a sfrigolare e a mettere in moto la giusta consapevolezza, quanto basta.