When the heart speaks, the mind finds it indecent to object – Milan Kundera



Ogni passo fuori dalla nostra stanza è un viaggio, ogni viaggio non è altro che l’uscita dalla nostra stanza. Ma la tecnologia del viaggio, quella si, è un’altra cosa: La piega delle camicie nella valigia, il peso corretto delle scarpe, la riduzione delle necessità, e delle attese. L’organizzazione e la definizione di tutto ciò che intendiamo essere. Il meglio di noi stessi.

Viaggiare è sospendere. Ogni giudizio come ogni ipotesi di riuscita, ogni movimento in favore del volo, della navigazione, della guida. Viaggiare è pure accettare: la sofferenza come l’inaspettato, tanto benvenuto quanto difficile. Soprattutto accettare l’arrivo, la conclusione, la fine. Viaggiare è anche elaborare la tecnica del decollo, del plano e dell’evoluzione.

La nostra stanza è il nostro conforto, il viaggio il nostro compito. Ogni confusione, ogni delusione deriva dall’uscita dalla nostra stanza. Un uomo serio e sensato non dovrebbe uscire dalla propria stanza, non dovrebbe permettersi di vivere davvero, di affrontare alcuna rappresentazione del mondo. Viaggiare in compenso ci rende folli al punto di rientrare in noi stessi solo dopo essere mutati.