Ora, indicare quel che trovo eccitante, in questo mondo che condividiamo consapevolmente, non è facile. Le stupidaggini dell’ottimismo positivista, utilizzabili solo per consolare le ossessioni bipolari (con quale successo, poi), non mi consolano affatto. Sono un uomo vecchio e forse devo chiedere scusa a qualcuno per essere ancora qui. Ma mi chiedo anche quale sia il suggerimento che posso dare a chi lo chiede.

In musica, per esempio: nella vita pratica di un gruppo di persone consapevoli che si riuniscano per suonare. In un contesto informato come quello in cui le persone della mia età si potrebbero trovare oggi, nella chiara coscienza che abbiamo una letteratura musicale completa, nel contesto della quale nessuno può davvero aggiungere nulla a Flamenco sketches, a Ritooria, così come ad Anthem o a Tupelo Honey.

In letteratura, per esempio: mentre si dibatte su quale sia la forma da usare per raccontare la propria visione, per esemplificarla e renderla praticabile, in qualche modo familiare. Se sia più utile narrare, nella perpetuazione di un mondo riconoscibile in modo comune, e sostenere quindi la plausibilità del mondo stesso. O se sia più utile cantare di una ipotesi, magari non impeccabile, di ricostruzione, di ridefinizione di un mondo che non funziona più.

Eccitante è solo guardare emergere un mondo del tutto sconosciuto, in cui la memoria è inutile e il tempo è incurvato. Scoprirne le peculiarità senza riuscire a fare dei veri paragoni con la nostra povera esperienza. Udire il suono, strutturato in modo fermo ma non ancora comprensibile, di elementi naturali differenti, di un’aria composta da elementi nuovi, di un acqua in cui la luce si rinfrange in modo nuovo. Esattamente quello che vedo intorno a me.