Immagino molte cose, io. Qualcuna la penso, altre le credo, alcune le vedo e infine qualche cosa la so: io scrivo solo di ciò che vedo e so, certamente non fantastico mai. In effetti il timore maggiore, nel mio accostarmi a codeste note, consiste proprio nell’eccesso arbitrario, nell’abuso dell’attenzione altrui mentre sproloquio per conto mio, fantasticando esistenze prive di corpo, voli stilistici e pseudointellettuali fini a sé stessi.

Nel caso migliore la mia scrittura è una esperienza tale e quale, attraverso cui affronto quella che è soltanto un’idea e la metto duramente alla prova, con i mezzi che mi sono propri e dentro ai limiti stretti della mia intelligenza. Nel caso migliore i miei naturali corrispondenti entrano nel gioco, mettono a dura prova l’idea informe e la strigliano per bene con i mezzi molto meno limitati di cui una intelligenza comune e più diffusa può disporre.

Tra il pensiero e la fede una importante conversazione si svolge, i cui le diverse parti ennealogiche, necessariamente alla pari, formalizzano ogni differenza. Anche tra la visione e la sapienza si deve svolgere una conversazione qualificata. Non così tra fede e visione: in questo spazio la conversazione è tutta interiore, in un processo di transustanziazione che può avere risvolti superumani. In questa dimensione la scrittura è un ottimo strumento.

Ma la costruzione di un ambiente di riferimento, all’interno del quale i singoli valori trovano una ferma definizione, è una necessità per poter respirare. La chiara presenza di un oggetto di riferimento, il più possibile adattabile e flessibile ma fermo, è una comodità che desidero, nella mia piccolissima ed irrilevante architettura del giudizio. Solo avendo un chiaro e credibile ambiente di riferimento il giudizio può essere sospeso, infatti, e la sofferenza accettata.