Il disegno che forma la sua coscienza è la fine del mondo. Nella sua coscienza il mondo sta finendo. Per dirla al contrario, la sua coscienza vivrà nella fine del mondo. Cioè in un mondo in cui mancano tutte le cose che esistono in questo. Non ci sono né il tempo, né lo spazio, né la vita, né la morte, né valori dal significato certo, né il senso di se stessi

Dario Olivero


Adattarsi al mondo, a quella figurazione indeterminata che così chiamiamo, adattarci cioè ad una parziale idea del mondo che abbiamo congegnato, grazie ad una memoria frammentata, ad una immaginazione incompleta e vaga. Questo vogliamo fare? La mia risposta è assolutamente si.

Ma se è vero che ciascuno di noi chiama mondo la sua propria particolarissima configurazione prospettica, la quale, d’accordo, può essere più o meno convenzionale, cioè condivisa, cioè comune, nondimeno una qualche definizione di mondo reale potrebbe esistere, e noi potremmo quindi percepirla direttamente.

La percezione del mondo reale, diretta cioè rivestita dal numero minore possibile di interpretazioni sovrastrutturali, potrebbe essere lo scopo della nostra vita. Adattarci al mondo reale sarebbe quindi la priorità: il primato del mondo reale, non di quello più convenzionale o più consistente, per dire, potrebbe esserci.

La misura è inconscia. L’immagine è ciò su cui lavoriamo, ciascuno a modo suo e con i mezzi, necessariamente limitati, di cui disponiamo. Lavoriamo su una definizione di contesto il cui contenuto non può che essere inaspettato. Prepariamo una messa in scena, scrivendo una sceneggiatura nebbiosa. L’esercizio di rappresentazione, e di regia, potrebbe portare ulteriore chiarezza.

Il nostro linguaggio può essere più o meno comune: esso deriva da una esperienza che ne ha fornito termini e specificità, doti emotive e conoscenze. Ma dobbiamo utilizzare sentimenti comuni, luci e suoni che risuonino autenticamente, che siano parte di ciò che siamo veramente: uno solo. Dobbiamo anche configurare un ambiente, non necessariamente confortevole epperò utile.