Insieme a questo struggente desiderio che consuma le mie giornate in modo così poco appropriato alla mia età, è la svagatezza estiva a consolarmi. Il mio oscillare tra i campi arsi e l’acqua fresca mi tiene in una condizione astratta e meditativa, che mi godo quanto posso.

L’acqua è l’elemento determinante della mia capacità di godermi il mondo. Solo l’abbondanza d’acqua dolce mi procura l’accesso alla perfetta digestione di pasti e d’esperienza. Solo la presenza di acqua corrente abilita la mia capacità sentimentale, la mia facoltà sensitiva, la mia presenza di spirito, la mia lucidità mentale, ammesso e non concesso che io abbia comunque accesso a tutto questo.

Anche le distese coltivate generano un influsso potente sulla mia gioia di vivere. Proprio l’esercizio delle attività umane principali, la coltivazione estensiva, la pesca di lenza, la caccia senza armi da fuoco sono il vero supporto per la mia (scarsa) pace mentale. Abbraccio e gioia delle mie ancestrali nervature fisiche.

L’estate non è la mia stagione. Soffro e vago innervosito nella calura eccessiva, desideroso di nord e di silenzio, immerso nel frinire di cicale incomprensibili e (forse) perfino intollerabili. Il mio apprendistato per la resistenza al calore è probabilmente pari a quello per la resistenza al freddo dei miei vicini.