Tale e tanta è la vanità che ci circonda che misurarsi con l’azione artistica, in quanto rappresentazione dell’urgenza umana nel tempo, diventa altrettanto vano se non ozioso. Ci aspettiamo dagli artisti che ci raccontino, con i proprii mezzi poetici e teatrali, quel che vedono, giusto? Perchè quindi ci raccontano solo quel che vedono nello specchio?

Perchè l’arte contemporanea si svolge in una dimensione così svagata, o almeno: perchè visitiamo le mostre contemporanee come se fossero il centro del mondo futuro, come se contenessero vere speranze, come se contenessero vero amore? Nella nostra vita ci sono impulsi immensamente più maturi, più ricchi e anche più gioiosi. Se il mondo occidentale contemporaneo si comporta come se non ci fosse nulla da conservare, perchè tentiamo di farlo?

La cosa più buffa, mentre cammino attraverso il lussuosissimo impianto della punta della dogana rinvenuta da Pinault, è prendere atto dell’enfasi che qui si pone su una certa coolness, hi tech e profondamente esclusiva. Esattamente il contrario di questa mostra biennale d’arte che stiamo per affrontare, povera e terzomondista nella sua totale assenza di glamour. E’ sorprendente, pure se non dovrebbe affatto esserlo, che ambedue le disposizioni siano vuote di amore, appunto, così come di speranza e di fede.