venerdì, 20 aprile 2007

Il silenzio nel Chiaro del Bosco

Non che io abbia un qualunque potere di recensione, nel senso di incoraggiare o scoraggiare qualcuno ma ieri sero ho visto un piccolo oggetto d’azione bello e importante. Premetto ancora che quello che pare o non pare succedere in questa città mi lascia specialmente indifferente, così come a volte quello che pare succedere nel mondo occidentale moderno, mi interessa invece quello che muta la mia percezione dello stato della percezione altrui.

Eleonora Zenero ha compiuto un movimento, uno solo ma molto esatto e concluso, in uno spazio piccolissimo che non conoscevo affatto, non vedo come avrei potuto, davanti a tutte le (pochissime) sedie occupate. La sua è una danza inquietante, che tale intende essere, conosciuta accademicamente come butoh, la struttura di movimenti nata a commento dell’olocausto nucleare del sol levante.

Ancora due commenti, non su Eleonora che non me li posso permettere e andate a vederla quei pochi fortunati che hanno l’accesso a questa straordinaria performance, ma su angoscia e spettacolo. L’angoscia, come il rimorso, è uno straordinario strumento di meditazione e mutazione. Possiamo usare questi strumenti per avvicinarci a noi stessi, qualunque cosa siamo veramente. Pericoloso? Si, ma mai come continuare ad andare al cinema o al ristorante.

Lo spettacolo inteso come intrattenimento, fuoco d’artificio, ma anche come provocazione per épater le bourgeois è solo noia e vanità se non intende essere molto peggio, cioè distrazione e compendio del mondo intero. Noi partecipiamo a spettacoli in cui il pretesto della bella calligrafia ci permette di rilassarci affinchè l’ignoto entri nella nostra mente, scuotendola e vivificandola. Solo allora, appassionatamente, applaudiamo.

20 aprile 2004

Chiarezza magnifica e progressiva, questo la primavera sta portando, come un dono a compensare un gelido inverno. La mia esistenza al centro sta assumendo nuovi connotati, mentre io stesso assumo contorni sempre piu’ sfumati agli occhi dei miei noncolleghi.

20 aprile 2003

In naming myself, I recognise who I am.

La mia resistenza, per mantenere l’equilibrio, potrebbe consistere del semplice rendermi trasparente, nelle percezioni come nelle espressioni, nel fondarmi sulla pià più pura sincerità, per toccare la relatà che mi riguarda, quella di cui ho bisogno. Potrebbe trattarsi solo di aprire il cuore, così come apro la mente, e guardare davvero. Che naturalmente è proprio quello che credo di fare sempre. Ma in fondo è quello che crediamo di fare tutti, anche gli individui più slegati da ogni realtà possibile.

20 aprile 2002

La mattina presto si parte per Sempas, ad incontrare Ajra. È piuttosto strano lavorare senza Marko ma dalle prime ore abbiamo intuito che il lavoro avrebbe avuto una natura profondamente diversa. Lenti siamo saliti dalla parte opposta della valle verso la chiesa che sta sul dente di roccia che si vede bene da casa di Marko e che abbiamo guardato l’ultima volta, preparandoci con calma. La strada che sale lungo il fianco del monte è splendida in questa stagione e la salita è un piacere.

All’incrocio le strade di aprono e la qualità dell’aria è sensibilmente cambiata. Un vero centro di potere: la cima della chiesa, con uno straordinario panorama della valle è il centro della creatività materna, uno dei vertici del triangolo nel paesaggio della Dea, un centro pulito e potente, adesso capisco molto meglio l’ottima qualità della valle, che pure era apparente già da sotto. Il vero punto straordinario comunque si trova in mezzo agli alberi, una incredibile roccia caduta dal fianco della montagna eoni fa.

Appena arrivato ho sentito in modo chiaro e preciso la presenza della Vergine, sentendone la freschezza e la completezza della totalità: ma la vera natura del posto è invece la trasformazione, con una grande presenza angelica situata nella pozza d’acqua, sempre colma nonostante le siccità, che si trova ad una certa altezza sulla roccia stessa. Non sono mai stato, oppure non sono mai stato in queste condizioni, in un posto della trasformazione così privo del senso della morte, così luminoso senza essere privo d’ombra, così potente senza essere spaventoso.

La pioggia poi ha preso il sopravvento, allontanandoci in fretta dal terzo vertice che così abbiamo solo potuto intravedere. Un delizioso laghetto così cristallino da essere inquietante, ho risentito lo spirito di Plitvice, uno dei posti sulla terra di cui più sento la mancanza. La serata è stata completata, con lo stesso insolito tono, da una lunga e molto gradevole riunione nella stanza separata di un ristorante nel villaggio di Ajra, Biljie.

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