mercoledì, 18 aprile 2007

Il mio sguardo verso il Cielo

Dal nostro guscio protetto osserviamo l’allargarsi della delusione. Nelle sconfinate banlieu, nelle favelas dell’anima si sparge un seme che trasforma l’elan vital in un ira che nessuno teme abbastanza. Il contatto con il mondo, si fa presto a dirlo. Mentre guardiamo i nostri corrispondenti questo contatto ci sembra autentico, reale, ma è solo l’incontro con i nostri vicini, con coloro che ci somigliano per scelta.

Ci sono mondi di cui non vogliamo sapere, come in un alveare ci influenzano, spostano le nostre percezioni di noi stessi, eppure rimandiamo sempre più in là la visione diretta. Viviane Forrester raccontava cose, dieci anni fa, che parevano esagerate, oppure straniere, lontane. Ma non c’era nulla che non sia diventato visibile, tangibile, urgente, nel suo racconto. Ancora non leggo giornali che ne parlano compiutamente.

Non è intelligenza da poco, quella dei giornali, il loro mestiere è delicato. Quando incontro un giornalista intelligente incontro un uomo che comprende l’enorme importanza della percezione limitata dei suoi lettori, un uomo che sa bene che ci sono cose che non si devono dire, perchè i suoi lettori, i suoi corrispondenti, i suoi vicini, non le possono sentire correttamente. Perchè chiamano mondo solo il loro.

Il segno della nostra vittoria si issa quando le esportazioni funzionano: lusso, cibo finissimo, democrazia liberale. Le nostre luccicanti immagini televisive attraversano lo spazio come il messaggio di un ottimismo a rapido consumo. La devastazione dei mondi a noi meno prossimi non è visibile, ma l’onda di ritorno, quella che per ora sembra essere totalmente irriconoscibile ci trasformerà in statue di sale.

martedì, 18 aprile 2006

A metà degli anni settanta, quando la sinistra (PCI) stava raggiungendo il massimo dei suoi consensi di ogni tempo, e poi oltre, un dibattito sottile ma profondo si svolgeva sui migliori giornali. Il Corriere, La Stampa (Repubblica stava solo nascendo) dedicavano meno che sporadicamente spazio alla questione del linguaggio stesso che i giornali dovevano usare: quello articolato e completo caratteristico della loro storia, o uno più semplificato e ridotto, per farsi capire anche da chi non avesse tutto il bagaglio necessario.

Non era una questione facile da risolvere, nè mai è stata risolta, ma lentamente la seconda ipotesi prevalse, con effetti articolati e completi che avrebbero bisogno di una seria trattazione retrospettiva. La critica culturale e la filosofia ebbero una attenzione piuttosto continua sulla questione, e ci furono eclettiche voci autorevoli in campo. Se questa intera questione sembra superata in favore dell’ipotesi seconda, quella in cui la priorità veniva data alla comprensibilità più larga possibile, di massa si diceva allora, forse oggi non abbiamo più strumenti per affrontarla?.

Mi domando se mai sarebbe possibile riaprire un dibattito che all’estero, in parte di seguito a scelte molto differenti: in Inghilterra per esempio, ma anche negli Stati Uniti ed in Germania, riesce difficile da comprendere. Forse la questione è stata chiusa secondo la previsione dell’indimenticabile allora Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, il quale ammoniva: “Scrivete, scrivete, tanto tra un po’ nessuno saprà più leggere”.

An end may be a finish, a conclusion or a completion.

Occorrerebbe un punto fermo nella definizione di un disagio, uno sfasamento, di una malattia mentale: perdere la ragione non può essere sufficiente. è la definizione stessa di ragione a non convincermi: di che cosa si tratta? Della soppressione, il superamento, la risoluzione delle contraddizioni intrinseche? Andiamo, chi può dire di trovarsi in questa condizione?

Perciò la definizione di un soggetto disagiato, spaesato, malato non si può affatto ridurre alla perdita di una misteriosa “ragione”. Questa definizione viene data da noi, che ci troviamo in uno stato del tutto relativo di agio, residenza, sanità, mentale.

E poi c’è questa idea di avere una mente libera, indipendente, unica nel suo procedere in mezzo a quelli che definiamo altri. come se le nostre percezioni, anche le più intime, le più sicure, le più oggettive fossero slegate dalla mancanza di sanità altrui. Ecco cosa va indagato: il concetto di sanità. Mi domando a chi ci si dovrebbe rivolgere per trovare la definizione della propria sanità mentale, così come fisica, ed emotiva.

In una definizione abbastanza accettabile di realtà sappiamo che ciò che è reale produce energia, una vibrazione sonica, luminosa, ferma. Ciò che non è reale, in questa definizione, la toglie. Ciò che non è reale ci rende sordi, ciechi, tremanti. Ciò che non è reale ci impedisce in ogni sorta di definizione del reale. Ci soffoca, anzichè nutrirci. Ammettiamo che la sanità sia la capacità di riconoscere il reale ogni volta che abbiamo perduto le coordinate.

Tolta di mezzo, in questo tentativo, l’illusione della “ragione”, cosa ci rimane? Se sospendiamo l’uso del “senso comune”, della “morale comune”, del “normale ragionamento” dove normale e comune sono sinonimi, su cosa possiamo appoggiarci?

In questo consiste la necessità della pratica e del lavoro di gruppo. In questa pratica si trovano elementi di riflessione, cioè di percezione indiretta e meditata da agenti esterni all’ego, che dispongono di una base reale e non alienata sufficientemente credibile. Un lavoro di gruppo, garantito da una comunità di tempo e di tono, da una intonazione ed un accordo, da una concertazione ed un ritmo, può diventare oggettivo.

In assenza di questi elementi c’è solo, probabilmente, arbitrio. Che produce troppo facilmente un ringhio: Pazzo! E qui si produce, nel nostro essere sociale, una nuova condizione: l’alienazione, l’espulsione dal gruppo, sano e “ragionante”, che di certo non rende facile credere alla conservazione di una “propria” sanità. Terreno pericoloso. Comprendiamo facilmente quanto questo possa essere avvertito con una sorta di “terrore”. Come la tentazione sia, comprensibilmente, rifugiarsi nel consolante “senso comune”, relativo al gruppo di residenza. Terreno pericoloso.

Gli Esseri Umani sono potenti, fermi, visibili. Possono rendere reale qualunque ambiente, possono coltivare, crescere, nutrire. In presenza di Esseri Umani una certa “forza” è possibile, credibile, affidabile. Quando entriamo in un ambiente mentale, fisico, emotivo, che ci sia meno che familiare, per realizzare il livello di salubrità dovremmo verificare la presenza di Esseri Umani. Imparare a conoscerli sarebbe di grande aiuto.

18 aprile 2004

Anche oggi mi sento il solo ad essere relativamente tranquillo e sereno.

Piuttosto agitata anche questa notte, particolarmente e con una certa sorpresa e’ Ferro quello a svegliarsi piu’ spesso, con certi urletti che sono imperativi a qualunque ora. Nulla che una buona ciuccialatte non riesca a calmare ma sentirlo piangere e’ sempre piu’ una sofferenza. Greta si sveglia piangendo ed i pensieri sulla qualita’ fisica della casa continuano a tormentarmi.

Io non possiedo abbastanza denaro per procurare una casa ai miei figli non e’ un argomento nuovo nelle mie riflessioni, ma il dolore ha sempre nuove forme, soprattutto alla luce della recente depressione finanziaria, per la quale non si sono aperti ancora grandi spiragli. Il mio vecchio fratello dice che il compenso per fare un lavoro e’ l’ultima cosa a cui pensare, ma qual’e’ la prima?

La giornata scorre in un regolare grigiore, per nulla interrotto dal patetico tentativo di Giuliana, la mamma di Stefania, di riunire la (sua) famiglia, che non ha proprio nulla da dirsi, immersa in una indistinta paura dei singoli.

Per me rimane poco da fare se non lasciarmi andare alle mie personali necessita’, finche Toni non ci interrompe a causa della macchina che l’ha abbandonata sulla strada tra Treviso e Castelfranco Veneto dove si e’ fermata in un autosalone con officina (aperto di domenica). La raggiungo subito per allentare la delusione ma non riesco a sistemarla fino quasi alle nove di sera quando rientro dai miei delusi bambini e dalla mia delusissima amata moglie.

Mi chiedo se sono solo sciocco oppure molto piu’ confuso di quello che credo. Stefania non ha molto da dirmi e dopo una furiosa e divertente battaglia, almeno finche’ Greta non si rende conto che deve andare a letto, lasciamo che una giornata grigia di fine inverno, in cui ho dubitato soltanto poco di essere all’altezza, scivoli via nel sonno.

18 aprile 2003

Un buon giorno per morire, questo. Sono molto, molto impressionato dal repentino mutamento che questa mattinata ha portato nella mia connessione superficiale con Stefania. Come una giusta combinazione di cifre, di segni, di gesti, qualcosa ha trasformato tutto, mutandolo in ciò che ambedue desideriamo e mettendolo in comune. Se non fosi così incapace di comunicare quello che avverto davanti a me, potrei ridere e farne delle storie.

Ma attraversare questa mutevole apparenza, ricordando quanto separata sia dalla realtà, restare radicato sui miei piedi, o seduto sul pavimento e ricordando il passo precedente e quello successivo, nel caso di ampio successo anche qualcuno in più, mi rende un uomo molto solo. Nella morte c’è un momento in cui si può avere paura.

18 aprile 2002

La città si presenta meglio oggi, rispetto alla volta scorsa, ma anche qui la precarietà e la disperazione si sentono molto chiare. Dovrei stare in cucina con la mamma ma dopo mezzora è sempre più difficile, così me ne sto nella mia stanza favorita, a godermi il nuovo instabile ordine che c’è.

Preparo un po’ di cassette video, esercizio sempre utile per ridimensionare il mio lavoro ai miei stessi occhi, e mi preparo anche ad incontrare un funzionario RAI che dice perché no. Le cose vanno bene a pranzo perché è sempre meglio mangiare meglio, gli gnocchi con il ragù qui sembrano una rara dolcezza e questo mi riporta agli anni in cui tornare a casa da Venezia consisteva essenzialmente nel rimettersi a mangiare normalmente.

Così nel pomeriggio incontro un triste funzionario del quale non sentivo proprio la mancanza e dal quale apprendo che se ho una idea per un programma glielo faccio sapere e ne parliamo e perché no, appunto, magari riusciamo anche a realizzarlo.

Il mio pomeriggio nella mia stanza scorre molto amabilmente tra qualche reimpostazione delle macchine e un po’ di lettura, lo spazio per la quale scopro non essere mai sufficiente.

La sera invece Stefania si dispera (al telefono!) perché la bambina ha la febbre, lei è depressa e abbandonata e io non la sposo (!). E’ questo il matrimonio?

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