martedì, 17 aprile 2007

Una Demografia sconclusionata

Avete anche voi ricevuto uno di quei questionari che vorrebbero definirvi, ricondurvi ad una classificazione sociale fatta di clichés? La mentalità da marketing, quella che faceva così tanto ridere negli anni sessanta, quando c’era da convincere la gente ad adoperare frigorifero e lavatrice è oggi dominante, e non c’è niente che faccia soffrire di più dell’idea di non potersi permettere il necessario.

Certo, quelli di noi che sono laureati (quindi colti), fra i trenta ed i quarantacinque, un figlio e due macchine, trilocale in centro e cinque settimane di ferie devono: passare il sabato in un centro commerciale, comprare fragole grandi come mele e pere degli antipodi, meditare profondamente sull’ultimo modello di playstation, soprattutto comprare ancora altri giocattoli e scarpe fatte in cina (ma marchiate in italy).

Il necessario consiste di ciò che rende la nostra solita vita possibile, si tratta cioè di oggetti imprescindibili senza i quali il nostro abituale flusso vitale si interrompe, o almeno la nostra agenda viene profondamente sconvolta. Oltre a cappuccino e brioche, giornali e lussuosissime pagnotte, il laureato (quindi colto) contemporaneo, deve trasferirsi tra casa e lavoro con un grosso veicolo familiare atto a contenere comodamente la discendenza nelle lunghe code del weekend.

Il marketing ha un solo obbiettivo: svuotare i magazzini, di questi tempi desolatamente pieni. Altri intervengono dove il marketing non è sufficiente. Non certo gli inventori di tecnologia economica, non certo gli innovatori strategici della gestione del personale, ormai nemmeno gli ingegneri sono più così rilevanti, intervengono quelli delle vendite, gli onnipotenti gestori dei flussi globali, i certificati produttori di reddito aziendale, ai quali nessuno osa più suggerire una qualunque etica, figuriamoci senso dell’economia.

17 aprile 2004

Notti agitate quelle dei miei bambini piccoli, e mentre brontolano e strillano anche, mi domando quale sia la cosa che li turba di piu’. Oggettivamente viviamo una situazione in cui stare tranquilli e’ impossibile, la nostra momentanea separazione, dopo due anni di pacifica attivita’ limitata con la nostra presenza contemporanea in casa e’ un grosso trauma in se’, senza contare il fatto che i miei motivi per stare a Trieste sono davvero pochi per quanto riguarda l’ufficio, Stefania ed io stesso non riusciamo piu’ a capire perche’ partire il lunedi’ mattina, a parte uno stipendio regolare che non sembra aver risolto molti dei nostri problemi di soldi: ne’ io ne’ lei infatti abbiamo piu’ soldi di prima.

La vita dei bambini, di Stefania stessa e infine la mia, sembrano essere molto piu’ difficili di prima nella casa di Spinea, anche trascurando l’enorme difficolta’ provocata dall’assetto fisico della casa, del paese e della situazione logistica, le relazioni con i nostri amici, con i nostri colleghi, con i nostri familiari non riescono ad essere fluide, la geografia non aiuta a stare insieme.

Ma restano soprattutto le difficolta’ dei bambini, senza spazio e senza sole hanno attraversato un inverno un po’ troppo difficile e adesso il vuoto dell’asilo e della scuola si sente ogni giorno di piu’. Credo solo in fondo che a Trieste tutti insieme ce la caveremmo molto meglio, ma in fondo lo credo.

Una visita al grande centro commerciale dove Greta si prende una bicicletta e se ne parte ci sfinisce, ma forse siamo davvero troppo sensibili ai terrorizzanti campi magnetici costruiti da questi complessi. Toni ci raggiunge li’ per lasciarci le attrezzature da macchina, ma ci lasciamo subito a causa dei suoi molti impegni.

Il pomeriggio intero continuiamo ad essere molto stanchi ed una uscita tutti insieme a Mirano il pomeriggio per comprare scarpe ai bambini non ci aiuta, e non aiuta nemmeno le scarpe dei bambini. Una certa tensione emerge infine, a ricordarci la soglia su cui ci troviamo, sempre a rischio di perderci di vista.

17 aprile 2003

RF: Sometimes no answer is an answer, especially when the answer is no.

Come se tutto fosse in anticipo, aldiquà di ogni possibile previsione, come se tutto fosse definitivamente, positivamente inevitabile. Le oscillazioni fra la felicità e l’infelicità sono una grande difficoltà per tutti, e queste settimane sono state molto difficili per me.

Ma la consapevolezza prodotta dalla continua pratica di esercizi per l’attenzione, molto differenti tra loro e molto redditizi, mi procurano in parte una forte compensazione per i vuoti di memoria. E sono questi vuoti l’oggetto di più attenta e continua investigazione da parte mia: se solo potessi ricordare i risultati di queste investigazioni.

Un soggetto molto subordinato rispetto al precedente è il vuoto che si produce durante l’incontro casuale con persone che ho conosciuto, anche bene, nel passato.

Essi sono perplessi, sulla mia faccia c’è scritto qualcosa come: non sono affatto interessato al mio personale passato, o forse: crescere di fronte a voi è stato imbarazzante, abbiate pietà di me, o forse: il mondo è totalmente cambiato, se voialtri foste nel mio stesso mondo non sareste perplessi ma fraterni e comprensivi, se non siete aggiornati vi mando un bacio e vi saluto. La verità è che non ho nessuna idea di quello che sta scritto sulla MIA faccia, che cosa inquietante.

17 aprile 2002

La mattinata di Stefania è piuttosto nervosa, ed esco da solo ma non sono meno nervoso.

Un insolito scambio di battute con Francesca mi fa riflettere sulla mia capacità, o forse solo sulla opportunità, di parlare con chi ha molte domande, ma molta poca esperienza. E l’argomento delle battute è proprio questo: Forse la condizione necessaria implica qualcosa di più della semplice buona fede, ma io non sento nemmeno questa a volte.

E forse nemmeno da parte mia, comunque il motivo per cui stiamo tutti chiusi in casa, e non parliamo che con le persone più vicine è molto probabilmente chiaro e comprensibile, se ci fosse qualcosa di tale. Non credo che nella vita ordinaria delle persone ordinarie che in qualche modo conosco, oggi, ci sia molto più di un paio di giorni di seguito in cui si può avere la sensazione di vivere nello stesso mondo in cui vivevamo l’anno scorso, lasciamo stare tre o cinque anni fa.

Abbiamo firmato dei contratti che dobbiamo onorare, ma nulla o quasi funziona come era accettabile allora. Così, a mio modo di vedere questa è un vantaggio o almeno una ottima opportunità, l’inessenziale che ci siamo trascinati dietro per così tanti anni sta finalmente, secondo natura, andando in pezzi, briciole, polvere.

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