lunedì, 16 aprile 2007

Un Sapere insignificante

Un mio giovane nipote (non il più giovane) frequenta i corsi della facoltà di filosofia a Venezia. Le sue capacità di scelta, di indirizzo, di ricerca sono buone, ha una buona capacità di raccogliere i dati, per quanto ovviamente influenzato da uno stato emotivo che per definizione è mobile ed in progress. Altrettanto buona la sua capacità di giudizio, per quanto riguarda insegnanti e maestri, modelli e mitologie, anche visto il suo stato emotivo.

Come molti triestini, anche della sua età, ha una esperienza della disciplina, dell’autodisciplina voglio dire ogni volta che pronuncio l’impronunciabile parola, superiore alla media dei suoi connazionali, e anche dei veneti di pianura. Possiede perciò una esperienza di Intelligenza Disciplinata, come definita da Gardner, che gli ha permesso di accumulare una certa mole di lavoro nella scherma, nella pittura, nella lettura.

Ma la sua storia scolastica non è diversa da quella dei suoi coetanei, non è a scuola che ha trovato una strada, non è la scuola che ha valorizzato i suoi talenti e meriti. La scuola non gli ha fornito le speranze di cui ha bisogno, i suoi insegnanti non hanno l’attrezzatura che gli occorre per il suo futuro. La scuola non gli ha dato quell’educazione emotiva e sentimentale che gli servirebbe per contenere un sapere utile. Così come non lo da a nessuno dei suoi coetanei.

Il tipo di intelligenza coltivato a scuola è induttivo e riduttivo, convergente come si dice. Schemi e formule da verbale, metodi e regolamenti utili solo alla burocrazia militare, non permettono l’evoluzione di una qualunque forma di intelligenza creativa, che non è lo strumento degli artisti romantici ma quello degli imprenditori. Invece se sarà capace di applicare quello che sa senza cadere nelle trappole emotive della società delusionale, se troverà compagni che intendono farlo ugualmente, mio nipote diventerà sè stesso.

domenica, 16 aprile 2006

Domenica della Pasqua di Resurrezione, questa è la parola su cui meditare oggi. Sono molto solo in questa opera.

Si tratta, in primis, di dare un tono preciso al soggetto: Che cosa, esattamente, non muore?

Sono piuttosto colpito, in questi giorni, dagli acquerelli di Blake in vendita da Sotheby’s a Londra. Quelli per l’illustrazione di “The Grave” di Robert Blair, quelli in cui corpi ed anime sembrano avere la stessa consistenza, cosa di cui sono persuaso fino al punto in cui credo che, effettivamente, un’anima ben costruita possa, in effetti, essere più solida di un corpo ben costruito. Ma l’enfasi Cristiana, forse, verte altrove: La presenza dello Spirito Divino infonde il corpo di una forza che lo conduce, la quale in un punto preciso, cessa di esserci.

Se si è partecipi all’Umanità a sufficienza per aver visto un uomo (una donna) morire, tipicamente i nostri genitori ma non è necessario, il nostro senso della morte acquista una qualità nuova. Non sto parlando della malattia, della sofferenza o dell’abbandono, ma proprio dell’attimo in cui lo Spirito esce dal corpo ed il corpo stesso cessa di essere “forte”.

In quel momento possiamo intuire, in un modo di cui naturalmente è difficile parlare, la presenza effettiva, solida, di un’Anima. L’Anima è una essenza differente dallo Spirito, che non ci appartiene in nessun senso.

L’Anima appartiene davvero all’individuo che muore. Certo, non alla sua “personalità”, nè alla sua figura sociale, non è parte del mondo che lasciamo e che abitiamo con una certa perplessità, ma l’Anima è il frutto del nostro Vero Lavoro, del nostro poggiare pietra su pietra in una struttura immaginata, poietica, sonora che possiamo chiamare il nostro Vero Sé.

L’Anima possiede una Consapevolezza che possiamo chiamare nostra, una visione che deriva dalla nostra autonoma esperienza Estatica, l’Anima ha la consistenza del suono che abbiamo saputo generare mentre siamo stati in compagnia di chiunque siamo stati davvero, ovunque siamo stati davvero.

Possiede dunque la stessa, inossidabile, consistenza che la nostra Opera nel mondo ha posseduto, nell’attimo stesso tra la fine del discorso e la sua percezione pubblica, quello in cui non si è udito nessun altro suono. L’Anima è il frutto del nostro esercizio di Libertà quando esso è stato corroborato dalla presenza della Responsabilità. E nella mia esperienza essa mantiene la sua Forza quando il corpo cessa di averla.

L’Anima può risorgere, incarnarsi nello stesso corpo, con la stessa faccia, con la stessa voce. Deve solo desiderarlo. Perchè poi lo debba desiderare rimane per me segreto.

16 aprile 2004

Una sola interruzione, come quella di stamattina, semplicemente dovuta al ritardo della sera precedente e sprofondo in questo mondo di macerie a cui non intendo in nessun modo appartenere. La questione che mi si presenta e’ chiara: risiedo, per cosi’ dire, in corpi diversi che abitano spazi diversi ma il controllo di direzione che esercito sulla mia presenza in uno di questi corpi e’ ancora facilmente corruttibile. La mia lucidita’ e’ sufficiente per essere consapevole di questo stato di cose ma non per determinarle.

Descrivere in queste note alcuni di questi domini sarebbe impossibile perche’ il mio passaggio attraverso questi mondi, piu’ o meno concreti, e’ troppo veloce perche’ del tutto inauspicato. Posso, devo, voglio occuparmi della costante piu’ importante e certo piu’ chiaramente memorizzabile: il mio piu’ profondo ed autenticamente possibile sentimento.

Un interessante e gradevole incontro con Enrico Fragiacomo a meditare sull’azione creativa delle Produzionintuitive, mai dimenticate. Se una azione, delle poche da me immaginate, aveva un carattere imprescindibile ed il cui insuccesso rimane totalmente inesplicabile, e’ questa.

La connessione sinergica mi pareva buona, il progetto aereo ma anche estremamente utile e la necessita’ oggettiva mi pareva pubblicamente percepita. Ma il mondo si e’ ripiegato su se stesso, ed i cosiddetti autori della mobilita’ della conoscenza, solo pochi opportunisti superficiali, sono spariti dalla mia vista. Enrico Fragiacomo e’ ancora qui.

16 aprile 2003

Reflecting on the repercussions of actions, and how repercussions proliferate beyond our capacity to see & anticipate. Better then to act rightly: when we act rightly, we can handle the repercussions. Otherwise, we may find ourselves overwhelmed. A large part of this is the intent & motivation that give rise to the action. Where the intent is mischievous or malicious, even where an act is seemingly straightforward, a smell accompanies it that has greater effect than the surface act would seem to justify. This permits the English response of denial: what have I done? One possible answer might be: you lied while you looked me in the eyes & smiled. Another: jealousy was in your heart as you presented your helpful criticism. Another: you sought to establish your place in history while claiming to present a marketing strategy.

La mia quieta disperazione non accenna a posarsi. Nulla, ma proprio nulla a che vedere con ciò che le persone vicine mi comunicano di propria volontà o intento ma il progressivo abbandono che sento non potrebbe essere più inopportuno, ora.

Io penso, e mi piacerebbe stendere questa dichiarazione in forma definitiva, di essere in buona fede. Intendo dire che credo di mantenere attiva ed all’erta la mia apertura verso l’indicazione, amorevole e molto meno, di ogni persona che mi si avvicini ed abbia una esperienza paragonabile alla mia, oltre che una intelligenza appena sufficiente da coprire il frammentario stato della mia memoria attuale.

Non intendo affatto, con questo, giudicare alcun tentativo compiuto, essi potrebbero essere perfino opportuni o addirittura utili, ma temo che non abbiano potuto esserlo. Il motivo può risiedere, e bado bene a non dimenticarlo, nella mia totale/parziale incapacità di vedere, ma rimane vivo e presente l’effetto principale: Resto escluso da ogni flusso io possa capire.

A pensarci bene, credo che in questo stato ci si venga a trovare dopo la morte. Credo che il sentimento di abbandono e di incomprensione che provo in questo momento sia piuttosto paragonabile a quel che può sentire un individuo morto che non ha raggiunto la consapevolezza sufficiente da saperlo. E questo mi pare un buon punto di partenza per la ricostruzione che questa notte sta cominciando.

16 aprile 2002

La piccola Greta è un po’ raffreddata e reagisce come può alla sua prima vera primavera. Una bambina nata nella nuova terra, un giorno ci racconterà dove era stata prima, a fare che cosa, cosa ha visto. Guardandola non tremo più.

Ancora giorni difficili, immerso nella definizione di una provvisoria, instabile, ma vibrante e vera esistenza sotto il dominio dei nuovi pianeti. Ancora indeciso, la situazione più pericolosa, ma costantemente impegnato nell’accordarmi ai nuovi toni che sento. Ho chiamato Euro Metelli alla RAI su indicazione di Toni, e l’uomo che mi aspettavo ha risposto. Perché no? Dice, e ne ha ben motivo.

Questa televisione è a serio rischio di estinzione, anche se non molto più degli altri enti pubblici, e intendo proprio a rischio di sprofondare nella coscienza della propria inutilità, uno dei tanti fenomeni di estinzione massiva a cui siamo destinati, speriamo da spettatori.

Attraversando il campo appena arato, dopo la pioggia, non mi pare che il suolo sia in tensione, e nemmeno privo di energia, devo presumere che i miei sforzi siano volti a buon fine? (diciamo, piano, che la direzione sta per essere messa a fuoco).

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