giovedì, 12 aprile 2007

Quel che resta da scrivere

Non è una delizia affrontare i libri di Paolo Rumiz. C’è il dolore della fine del mondo nei suoi occhi, e poca speranza per la rinascita. Quando vengo investito dalla valanga di informazioni, ferocemente inedite, non è la gratitudine il sentimento che provo di più. Mi sento schiacciato, anche se è difficile che distolga lo sguardo dalla spiegazione dei montanari che scendono le prealpi venete a vendicarsi della pianura, da quella dei mujik serbi che bombardano Sarajevo e le sue biblioteche, le sue élite intellettuali.

Ma mi tocca, questo vecchio fratello mitteleuropeo, e si fa riconoscere. Mi tocca soprattutto quando parla della terra meno compresa che ci sia, il veneto che nemmeno io capisco, dopo averci passato qualche anno stordito e confuso. Mi tocca con il suo passo leggero che fa sembrare leste le centinaia di salite che si procura per raggiungere ciò che resta del nostro Paese. E mi tocca la sua familiarità con quel che mi è familiare, la cultura contadina così lontana dalla cultura marinara dei miei padri solo in apparenza.

Così mi permetto di scoprire che anche Paolo Rumiz ha a disposizione una sola arma per la resistenza: la sua memoria infantile, nutrita di altezze come di profondità, e che il suo immaginario è solido perchè precedente all’esplorazione a basso costo, che sa bene che anche la Carnia vista dal basso è solo umida e triste e che bisogna salire oltre la fine delle comode strade, verso le pietraie e i bivacchi più alti, selvaggi allora come ora, per sentire la presenza dell’umanità come dovrebbe essere ed è.

Non è un bel mestiere quello del cronista, nemmeno quando il respiro si allarga sulla storia, come nel caso di Rumiz. Almeno è ingrato, che quando ci si scopre a comprendere, ad infilare la mano nella piega del racconto, la verità non è dolce, non ci porta in un posto migliore. Occorre prendere le distanze dal giornale, dalla notizia, permettersi di respirare una aria che, anche per un uomo di razza come lui, è puro lusso.

Ha ragione Rigoni, qui si tratta di accendere un fuoco sotto la pioggia, non lo sa fare più nessuno. Eppure cosa c’è di più semplice? E’ tutto qui, ci si illude che quello che è semplice sia anche facile, mentre è vero l’opposto, solo le complicazioni della vita, l’accumulo di tecnologie hanno reso il mondo più facile da vivere. Adesso dobbiamo chiederci se era questo che volevamo. Una vita più facile o una più semplice?

12 aprile 2004

Specialissimo risveglio stamattina, con un profondo senso di rinnovamento in progressione che ancora fatico a sentire in modo chiaro. Resta da vedere quando si fermera’, per ora il sapore e’ quello dell’erba appena tagliata, con una fragranza marina che mi riporta gite in bicicletta sotto la pioggia di primavera, quando nessuno abitava nelle vicinanze delle nostre case e sparire per tutto il giorno senza incontrare anima viva era possibile ed auspicato.

Si esce in cerca del pranzo che dopo un paio di insuccessi troviamo appena passato il confine, in una casina nascosta ed inedita in cui mangiamo pesce cotto alla brace modestamente ma efficacemente, insieme a scampi, datteri e folpi e le grida nervose di Ferro, il bambino inarrestabile.

Greta e’ contenta e inarrestabile, e siamo impegnatissimi a dimenticare qualsiasi cosa che non sia il loro ed il nostro cibo. Anche una corsa veloce fino a Portorose per poi rientrare in una lunga fila per la fine di un lungo weekend. Un lento scivolare verso la dolorosa partenza dei bambini e Stefania in treno, come se il futuro della nostra piccola famiglia fosse del tutto ignoto, e rientro in casa, solo e confuso, con un forte mal di testa.

12 aprile 2003

Let us embrace our mistakes as friends and teachers.

Forse questo strano interludio tra la gioia primaverile e la leggerezza dell’estate ventura è finito. Forse si trattava di adattarsi all’immenso esercizio che Marko ci ha dato, forse solo disintossicazione, o forse davvero io non c’entro nulla con tutto questo terremoto. Sono riuscito comunque a compilare un articoletto per Konrad, insieme ad una recensione piuttosto inaspettata, il corridoio a Trieste sembra molto più pulito, ho spostato un bel po’ di oggetti al piano disopra dove sembra che la pulizia sia molto maggiore ed infine ho spostato gli ultimi residui dalla casa al magazzino. Tutto questo piangendo disperatamente per lo spaventoso isolamento in cui mi trovo in questi giorni. E per il fatto che sembra tutto dovuto alla mia volontà.

12 aprile 2002

Lampi di energia, di illuminazione e di (Vera) energia umana raggiungono il mio cuore, su una strada aperta (o riaperta) dai libri di Marko (Earth Changes questa settimana) nei formidabili, anche se interrotti, esercizi che mi ricordano che la mia esistenza è molto reale. La precisa definizione della parola Tecnica, del suo significato, della sua portata, questa sarà la mia investigazione nei prossimi giorni. I fenomeni in opposizione ai miracoli, la magia in opposizione, come contrario, della tecnica. Sembra che sia molto difficile occuparsi dei motivi Reali che ci muovono, per tante ragioni, essenzialmente però perché la natura della realtà è la Mutazione, l’evoluzione, la transustanziazione.

Non possiamo fondare la percezione della nostra propria esistenza su un oggetto che, alla nostra osservazione, muta, senza soluzione di continuità, la sua stessa forma. Io penso semplicemente che questa impossibilità non ci sia. Che tutto quello che ci occorre sono punti autentici di contatto con il nostro generatore. Per questo mi sembra che la necessità più urgente sia proprio una forte chiarezza in questo senso. La consapevolezza della forma, della sostanza e dell’essenza stessa del nostro generatore. Non mi pare affatto che sia meglio non affrontare la questione e nemmeno che sia difficile avanzare su questo terreno. Ci sono vie differenti ma tutte sulla stessa terra.

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