sabato, 07 aprile 2007

Un Pantheon Luminoso, Ascesa e Caduta

La mia generazione possiede una sua speciale mitologia mercantile. Per la prima volta nella storia, mi dicono, c’era una generazione intera con denaro in tasca, quindi un accesso libero a cinema, fumetti, dischi. Abbiamo visto migliaia di film, comprato centinaia di libri e di storie disegnate, e quei curiosi oggetti rotanti che dalla spiaggia alle nostre stanze private hanno dato vita ad un pantheon senza precedenti.

Lennon e Jagger, e più tardi Clapton e Hendryx, hanno dato vita ad un mondo immaginario, regolato sulla quantità di valore specifico, sulla capacità di piacere ai mitomani acquirenti di dischi, e di cui si fa ancora fatica a liberarsi. Ma per noi la musica era quella, infinitamente più praticabile delle sonate per violoncello solo, le spaten sonate, i quartetti. Pareva roba nostra, che ci rappresentasse bene.

Così come Godard e Bunuel, ma anche Pasolini e Bertolucci, abbiamo consumato, senza particolare consapevolezza, Miles Davis e John Coltrane, la poesia Beat e poi Hippy, buffa e vitale. Londra e Parigi ci riservavano una speranza che somigliava al Paradiso Perduto, e Ritrovato, e più distanti erano e più erano credibili. Intanto però un suono incredibile si era istallato accanto a noi.

La struttura militare ottocentesca dell’orchestra, con il suo generale che comanda a bacchetta le file della truppa, il solista totalmente slegato dal ritmo, la mimica enfatica del melodramma, hanno lasciato il posto ad una mistica confusa, forsennata ed erotica che la malefica forza delle multinazionali del brivido ha ben presto intercettato, ridotto e drogato. Una vera e propria battaglia per conquistare il nuovo immaginario adolescente, impressionabile per definizione.

Da allora l’esercizio è stato distinguere, in mezzo al baillame dell’eroe da palco, gli innovatori veri, quelli che usarono il momento favorevole per mettere in atto una figurazione davvero nuova e non disinvoltamente piaciona. Abbiamo guardato annegare nella miseria talenti meravigliosi e potentissimi, come se nemmeno essere riconosciuti come profeti da centinaia di migliaia di persone fosse mai sufficiente.

7 aprile 2004

Trascorso il trimestre di fisiologico adattamento alle nuove condizioni ambientali in cui mi trovo a nuotare, trascorse anche le necessarie illuminazioni, trovato il modo di rifletterle e concluso il processo, mi appresto ad affrontare le prime aperture che questo ambiente mi procura.

Queste sono ideali: esco dallo stato mentale per cui occorre darsi una collocazione di ruolo nel flusso produttivo.

Ma sono anche lessicali: esco dallo stato di ascolto, in cui mi sono svolto di fronte a chiunque avesse bisogno di comunicare ad una persona qualunque la sua personale insoddisfazione e viceversa di fronte a chi doveva comunicare la sua personale onesta’ a me. E sono anche ambientali in senso fisico: esco dalla saletta posteriore della regia 2 per prendere, domani, posto nella stanza comune assegnata a quelli che non hanno bisogno di una stanza, essendo che il loro lavoro si svolge in una delle sale di regia, duplicazione, trasmissione e cosi’ via. Piccola fuga per assistere alla prima visione della “passione di Cristo”, di Mel Gibson: un piccolo film, teatrale e raccolto intorno al corpo del figlio dell’uomo, con la partecipazione di un sorprendente satana, che mi lascia sperare per il futuro del cinema lontano dallo star system.

7 aprile 2003

Effective action begins when we cease to concern ourselves with being effective.

Mi pare che questi siano giorni in cui qualcosa che è stato rilevante nella mia visione dell’ambiente se ne stia andando, forse cessando di esistere. Non ho paura, ma sento un forte dolore, come se le mie anche stessero cedendo. Il mio bacino fatica a contenere quello che resterà di me alla fine dell’inverno, e il dolore mette tutto in secondo piano.

7 aprile 2002

Un grande salto, di nuovo, stamattina. E una nuova sensazione di mutamento profondo, rilevante, definitivo. In pratica il mio esercizio consiste, oltre che nel ricevere, realizzare e prendere in qualche modo nota di ciò che vedo, nella riflessione, diciamo così, digestiva, della visione essenziale.

La difficoltà sta nel non farsi travolgere, o forse nell’astenersi dal giudicare, nell’accettare assentendo finchè la visione non è stata digerita, assimilata, e l’essenziale, o forse solo l’accettabile, rimane nella memoria.

Un nuovo mondo mi sta guardando, e la mia è solo una piccola consapevolezza, ma è davvero il mondo che voglio guardare, qualcosa che esiste solo in potenza forse, ma che non per questo è in nessun modo meno reale. Mi chiedo fin dove arrivino le questioni della fede, o meglio, quale delle questioni che possiamo affrontare non sia una questione di fede. Forse tutte le nostre difficoltà derivano da questa disposizione essenziale, dalla nostra inclinazione a credere ad una specie di gerarchia delle realtà, dove una sola è primaria, concreta, affidabile e perfino priva di contraddizioni. Poi crediamo che ci sia un regno più o meno definito che è dell’immaginazione, del desiderio.

Se mettiamo da parte questo sistema di lettura, in cui la Realtà è definita da una qualche oggettività critica, diciamo così, forse entriamo in una dimensione molto più regolata dal divenire del possibile, che mi pare l’unica realtà. Ma forse è troppo spaventoso credere, che la nostra libertà, quella per cui siamo usciti dal paradiso, determina completamente, e intendo dire del tutto, il mondo in cui scegliamo di vivere.