mercoledì, 04 aprile 2007

La teoria delle ombre

La dolcezza delle lettere, la speranza che intrinsecamente contengono, sta non tanto nello scricchiolante pennino che scorre a mezza luce, quanto nell’attesa che qualcuno possa mettersi a leggere queste mezze parole, prive in sè della propria qualità sonora naturale, magari a mezza voce.

L’intero sistema sarebbe altrimenti basato sull’uso di un oro farlocco, che acquirente e venditore scambiarebbero come in una cospirazione, solo per il gusto del mercato, che premia l’illusione e di questa sola si nutre.

Perchè questa teoria delle ombre che è il mondo rappresentato sarebbe solo un’illusione, priva della vita che lo distingue, in assenza del suono. Nemmeno la più vivida delle figure grafiche o letterarie infatti, potrebbe sostenersi se non fosse destinata a venir infusa della realtà sonora.

martedì, 04 aprile 2006

Enrico Milic mi suggerisce un tema al quale sono piuttosto uso: L’analisi e la sintesi per cui noialtri si torna sempre a Trieste, anche pensando a quanti, dotati di più ampii orizzonti, finiscono sempre per tornare in Italia.

Ora: le due cose, nel mio immaginare, sono ben distinte. Da noi, nel vago reame istro veneto, i Taliani sono oggetto di sprezzatura e dileggio, come i Cruchi o i S’ciavi, nè più nè meno. Restando aperti e mai scontrosi, consideriamo questi popoli confinanti vicini con usi e costumi differenti, rispettabili certo, ma non è facile per noi identificarsi con nessuno di loro. Il senso dello stato, questo specialissimo stato mentale, è vissuto qua in giro come una minaccia, vista l’estraneità dello stato a cui ci troviamo ad appartenere, ma non è affatto più leggibile e comprensibile il senso della nazione.

Il vezzo che molti triestini hanno di definirsi Italianissimi mi è sempre sembrato ironico e fuorviante, come una dichiarazione di appartenenza patafisica e letteraria. Rimane importante e bello però, notare che il vero spirito italiano, quello che riconosco guardando da fuori, consiste proprio di questo assumersi il carico di un paese piccolissimo, quanto il nostro sguardo riesce a comprendere, rasoterra.

La qualità per nulla speciale di Trieste, oggi come sempre, sta tutta nella sua incapacità di considerarsi provincia. Effettivamente quaggiù non si è mai stati in provincia di nessuno, la città è parte di un arcipelago cui si riconducono Vienna, Praga, Lubiana, Bratislava, tutte città straordinariamente isolate (dai confini, dalla demografia), che non comunicano tra di loro e non si riconoscono. Ecco: la nazione a cui tutti apparteniamo è polverizzata, frantumata, virtuale. Non è Italia, non è Cecosovacchia, non è Austria, non è Ungheria, né Slovenia, né Croazia, ma nessuno di questi confusi paesi è considerato veramente Estraneo.

Misurare però Trieste, e queste altre città, con il metro dei romani, o anche dei lombardi per quello, è sterile e confuso. Se non si ricorda la grande tradizione dei comuni, le grandi vie di comunicazione negoziale, ed anche oziale, lo scambio informale e non istituzionale che rende l’Italia un paese profondamente differente da quello descritto nei dibattiti televisivi tra i poli. Una rete di paesi, informalizzabile ed ingovernabile, che difendono con vigore e solo raramente con acredine, la loro specialità.

In questa Ideale rete di villaggi, per definizione inclusiva, intendiamo vivere. Senza aspettarci niente da un governo statale buono solo per le barzellette, con la sua rete viaria astrusa e strumentale, con la sua impenetrabile amministrazione familiare e mafiosa, con i suoi carabinieri e i suoi notabili, invisibili e potentissimi. In una rete di paesi idiosincratici, folli ed agguerriti, ma solo per una continua volontà di giocare, in cui uomini di piazza, di bar e di sport, donne di caffè, di bancarelle e di giardini pubblici sono lo stesso individuo, sempre lo stesso, sempre diverso.

Una Nazione è continuamente ridefinita nella sua mutevole volontà di comunicare. Spesso la capacità è molto limitata nello spazio, i segni cambiano di significato all’aumentare della distanza, si invertono perfino, e tentare di definire questo carattere è assurdo. Questo è tutto quel che possiamo osservare, la continua mutazione Nazionale, in cui i confini ed i conflitti sono solo strumenti di controllo al livello minimo di comune denominatore. Il popolo, e non intendo dire la massa, è custode dei mezzi della vera comunicazione. Se è vero che tutto questo è completamente ingovernabile, se è vero che è impossibile connettere forzatamente, in maniera meno che naturale, allora la speranza non è lontana. Nemmeno a Trieste. Io resto qui per questo.

If a shadow is a two dimensional projection of the three- dimensional world, then the three-dimensional world as we know it is the projection of the four dimensional universe.
Marcel Duchamp

4 aprile 2004

Passa il tempo senza che nulla si incrini, in questa fragilissima famiglia, ed il mio cuore si riempie di sostanze tenere e fragranti, come i fiori che Greta vuole raccogliere e portare a casa, come il suono che Vasco produce quando ride. Sono pronto ad affrontare un altro anno di transizione se qualcuno mi lascia intravedere sul fondo una casa in cui possiamo vivere in silenzio, e insieme. Sono pronto a lasciar andare per sempre quel che avrei dovuto, ad osservare quel che devo, ad organizzare quel che dovro’ se questa e’ la forma che tutto potrebbe avere. In silenzio la nostra giornata attraversa le piu’ inquietanti desolazioni, la malizie e le diffidenze, cosi’ come le tristezze e le amarezze, perche’ siamo insieme, e tutto sembra una proiezione sul muro, senza pubblico a guardare.

4 aprile 2003

When we fall outside the consensus & conventions (“equilibrium”) of a society (macro and minor): compulsion enters the picture. This begins with gentle (“indirect”) reminders, moves to direct encouragement (“peacefully try”) and then to action: “enforcement”.

Ora, come vent’anni fa ciò che mi preoccupa di più è una certa naturale tendenza ad ad attribuire ad altri, specialmente le persone che più amiamo, le responsabilità che sono solo nostre. Forse devo evitare con ogni forza questa possibilità più di ogni altra, o forse sto solo esagerando. Ma questi pensieri neri, che non intendo registrare nemmeno nella memoria, potrebbero spazzare il sorriso da ogni volto.

4 aprile 2002

Uscendo questa mattina ho trovato la batteria della macchina completamente scarica, non solo ho dimenticato su le chiavi, ma anche parzialmente innescate, perché avevo aperto e chiuso i finestrini da fermo. È una specie di malattia, la mancanza di attenzione è sempre più palese e dolorosa per me, ma questo non è un po’ troppo?

La mia intera esistenza, negli ultimi anni, si è affidata alle indicazioni, ai segni, alle domande che ho ricevuto. A queste ho tentato di conformarmi, tentando di non dimenticare le regole che conoscevo, tentando di tenere in equilibrio le direzioni opposte, le contraddizioni, le inconciliabili illusioni. Adesso mi sento ancora molto confuso, anche se cerco di dare segni di lucidità, e forse sono ancora più inconsapevole. Non credo di soffrire per la mia dignità immaginaria che dovrebbe essere stata calpestata, non penso ai torti subiti come estranei alla mia responsabilità, ma più che il prezzo di una colpa questo mi sembra il dramma di una malattia. Devo migliorare la mia capacità di comunicare con le persone che, non avendo capito nulla di quello che intendo dire si curano ancora di me e cercano di ascoltarmi. Ma non mi sento molto all’altezza. Ho un certo timore di essere in preda di immaginazioni un po’ troppo fervide