giovedì, 29 marzo 2007

Un uomo deve conoscere il proprio valore

I politici se ne vanno in giro a sedurre l’elettorato, polemizzando con qualunque struttura che non sia strettamente loro, esponendo ideologie frammentate e sconnesse, dalla storia se non dal vizio dialettico. Come porsi di fronte all’incentivazione della personalità pubblica, del candidato che ci rappresenta personalmente? Come permettersi l’identificazione con l’autorità per definizione sia tirannica che anarchica?

La stima ed il rispetto di sé stessi mi fa sempre venire in mente l’oste ed il vino cattivo. Certo, è difficile definire sé stessi in modo negativo, e non si deve farlo, ma come si fa a promuoversi se siamo abbastanza preparati per stabilire che il nostro, quest’anno, è vino cattivo? La misurazione qualitativa del nostro stesso essere ed agire personale è stupida ed oziosa, non meno di quella di qualunque altro essere.

Il punto naturalmente sta tutto nella definizione di quello che siamo veramente, che non siamo solo venditori di vino, e nella redifinizione di quello che crediamo di essere. La nostra presenza sul mercato serve a poco nella definizione della prima, ma forse è ingannevole nella ridefinizione della seconda. Il valore che una società attribuisce ad una persona non è di aiuto per la persona e forse nemmeno per la società.

Quasi in ogni valutazione infatti, siamo difettosi. In questa stupenda ed arcana struttura di educazione che è la vita sulla terra, molto difficilmente usiamo un punto di vista equo, la valutazione è un sistema di priorità che riesce a porci in un luogo sia inferiore che superiore a quello reale. Gli uomini hanno un potere di emissione della propria voce che anche gli angeli ci invidiano, eppure un uomo, nella visione di sé stesso, può ridursi a puro nulla.

mercoledì, 29 marzo 2006

Responsabilità, Competenza, Credibilità, un nuovo stile per la politica.

E’ la (comprensibile) affermazione di un (per me del tutto) incomprensibile candidato alla presidenza per la provincia di Trieste. Da meditare.

Quello che manca, in questo momento della mia felicissima e straordinariamente occupata vita, è l’Inghilterra. Non solo i Britannici, la lingua inglese nelle sue diverse declinazioni, la mia preferita è il Gallese ma amo molto Scozzese e Irlandese, ma proprio il senso della vita anglicano, britannico, d’albione. Ho passato sei mesi della mia vita in Inghilterra prima di compiere vent’anni, quando le differenze erano più marcate fra un italiano, che laggiù si immaginava rude e con la fronte grassa, ed un Cockney nativo, fra un Indù ed un Turco, fra un Siciliano ed un Milanese. Lo ammetto, avevo meno di vent’anni negli anni Trenta.

Il motivo di questa mancanza, che mi fa soffrire soprattutto quando ho bisogno di informazioni, è che in Inghilterra si vede bene il futuro, cioè le cose come stanno adesso e forse un domani potremo accettare. Io credo per tanti motivi diversi ma sono sicuro: Da lì si vede meglio. Quando sei nella posizione in cui le cose, e ancora di più lo spazio tra le cose come il silenzio tra le note, che le unisce e dà loro un senso, si vedono chiare, ben illuminate e senza ombre troppo dure, è facile comprendere la patetica inesistenza del futuro come lo immaginiamo.

Molti dei miei maestri parlavano inglese, alcuni lo leggevano, tutti lo sapevano. Molti consideravano l’inghilterra Gran Bretagna, alcuni Centro del Mondo, tutti la consideravano Meridiano di Base. Le mie visite erano estese ed intense: l’architettura, la letteratura, la musica ed il paesaggio sonoro stesso, perfino i dolci, riuscivano a comunicarmi il senso di una speciale qualità che mi ha sempre guidato, per il resto della vita. Appunto la musicalità dell’eloquio dei miei vecchi e generosi insegnanti, la Forza consoli le loro anime, ha reso la mia vita possibile, accettabile, worthy, infine.

Ma niente del genere esiste più, né il paese in cui di notte faceva buio davvero, né i pub silenziosi, né l’assenza di evidenza nella presenza della sicurezza pubblica. Nel mio vago eremo mediterraneo, in cui la luce abbaccinante tutto pervade e confonde, rimane solo la mia personale capacità di precisione che allora ho imparato, ogni soggetto è leggibile e fermo solo nella mia mente, ogni sentimento puo essere descritto solo grazie alla mia ferrea volontà di esattezza, che conservo dentro da quel tempo, e non certo grazie alle domande dall’esterno. Mi manca l’inghilterra.

29 marzo 2004

The void

Empty spaces offer calm and contrast

Apparentemente la mia posizione al centro e’ del tutto cambiata. Sara’ perche’ ho preso consapevolezza del definitivo abbandono da parte di Angelo? Rimane assolutamente autentica la ostentata resistenza che questa squadra di redazione, impegnata nel sopravvivere mantenendo vivi i propri peculiari privilegi, mi oppone. Per quanto mi riguarda, e questa visione e’ quella piu’ raccomandata da ogni punto di vista esterno a quello giornalistico, si tratta, almeno parzialmente, di una benedizione. L’essere escluso dai flussi di gestione di questo miserabile status, o perlomeno restarne trasparente, mi permette di riacquisire un minimo di potere sul materiale che davvero mi riguarda, e che rimane affidato a me.

29 marzo 2003

La percezione è la realtà. A scuola di magia dove ho così poco di cui essere informato e così tanto da mettere in pratica. La giornata si svolge secondo il necessario ritmo, implicato dalla presenza di un bel numero di persone totalmente disinformate che però vivono nella perversa dimensione in cui si crede di esserlo. Con una estenuante lentezza ed ostinazione attraversiamo la mia antica città che sembra poter essere sempre uguale: sempre diversa.

Un continuo, sottile piacere nell’aria, tra traversate in motoscafo e calli inedite, che si risolve in un piacevole pentalogo la sera in osteria, ad immaginare insieme un mondo probabile, non solo possibile, che potrebbe essere quello che già ci ospita. Rimane una impresa ciclopica sentirsi normalmente parte di un gruppo di lavoro così eterogeneo, disperso, centrifugo, se non fosse per la decisiva azione di coesione realizzata nel comune impegno. Il ritorno a casa si svolge in una soffusa percezione di opportunità, reso leggermente più completo dalla mancanza di stanchezza, di dolore al bacino ed alle gambe che ha caratterizzato gran parte del pomeriggio.

29 marzo 2002

We begin where we are. So where are we? Almost never in the moment. We begin our first morning by doing nothing. The injunction is: do nothing, as much as you can. Perhaps we are fortunate and, suddenly, might find ourselves where we are. In that moment we are present, even perhaps available. We look out the window and see the garden. The sun is shining.

La mia stanza, i miei libri, le mie piccole cose ordinate, sto riformattando le mie definizioni di processo, i miei processi di definizione. E mi guardo intorno e non sono molte le cose che mi riguardano, e che hanno importanza, non sono molte le immagini di cui ho bisogno. Non sono le persone, sono le essenze, le direzioni, le aspirazioni, gli scopi, le ossessioni comuni, quelle che ci tengono insieme. Sogni e illusioni. E qualche cosa reale, forse. D’altra parte non mi lamento, la mia piccola stanza è ordinata e da qui ripartirò. Senza rimpianti e recriminazioni si viaggia meglio, e per esplorare devo viaggiare, leggero e aperto, per non sprecare ancora tempo. La mia nuova, piccolissima, infinita bambina ha compiuto tre mesi oggi ed io penso a lei per circa duecento minuti al giorno. Il sogno di questa notte riguarda una terra intorno alla terra, e questa è e la terza volta dall’inizio dell’inverno scorso. Uno schermo (una reale illusione?) che ci protegge dalla minaccia del vuoto.

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