Mai capace di espormi all’oltraggio del malinteso. Oggi nemmeno il fraintendimento mi posso più permettere. Ho pensato sempre che tutto quello che avevo da dire potevo dirlo solo in pubblico, perchè solo la percezione sfaccettata poteva rendere in qualche modo utile il mio contributo. Così mi salvo la vita quando le attese del singolo diventano davvero, definitivamente, schiaccianti.

Non è la critica che crea difficoltà. La critica qualificata, per la quale intendo quella mossa da una posizione di esperienza ed intelligenza diverse ma equivalenti, è atto di generosità quando non di amore puro, essa è attenzione, cura, sostegno e gratitudine, quanto di meglio chi si pone al servizio del mondo può equamente chiedere. La difficoltà viene dall’attenzione degli incapaci, degli squilibrati, dai frustrati, noiosi e frigidi.

Il riconoscersi nell’azione di lettura altrui è il senso delle lettere, della meditazione filosofica, della domanda etica. Consiglio e conforto, quando non corroborazione e simpatia, vengono dal lettore di quel che scriviamo, devono essere restituiti allo scrittore di quel che leggiamo. Abbiamo bisogno di aiuto per vedere la dirittura della strada che stiamo compiendo, per vedere l’equità del nostro passo, per intuire la giustezza del nostro modo di esporci e accettare la sofferenza, mentre il nostro giudizio è sospeso. La risposta va a nutrire la fonte della domanda, sempre e comunque.

La letteratura, quello spazio speciale in cui ci si espone a verbale, è il modo che mi rimane per misurare ancora la mia visione con quella del mio vicino, che sa perfettamente che non posso più sopportare il dialogo diretto, troppo veloce ed intenso. Chi riconosce la sua eccessiva impressionabilità nella mia è il mio lettore ideale, che la terapia implica l’esperienza della malattia, che la compassione, l’unica cosa che chiedo, implica la nozione fisica, oltre che morale e psichica, della sofferenza.

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