venerdì, 16 marzo 2007

La massa non è gentile

“Freud identified the key features of a crowd mentality: invincibility, irresponsibility, impetuosity, contagion, changeability, suggestibility, collective hallucination and intellectual inferiority. from Edward O. Wilson’s “Consilience” (p.2)

Esistono i popoli, quelli che si riconoscono tra di loro, quelli che decidono di condividere un governo comune, una cassa comune cioè, e a quello si riferiscono. Io ho visto buona parte del mondo e non solo di quello moderno, occidentale, ho visto popoli riuniti in comunità effimere, transitorie, mobili. Ho visto le grandi tradizioni dell’antichità riunire in macrocomunità villaggi e nazioni diversissime, così come qui si vedono solo separazioni e campanili.

La questione dell’identità e di conseguenza quella della comunità sono questioni naturali, fisiche, emotive, spirituali nel senso di riconoscimento di appartenenza allo stesso modo di esistenza. Quel che mi turba è il vero significato della parola gente, che invece negli atti non serve che a giustificare una massa di persone che non vogliono condividere proprio niente. Si dice gente e si intende folla, massa indistinta sia in termini di comunità che di identità, il terreno del fascismo.

Siamo un popolo al nostro massimo comune denominatore, siamo massa al nostro minimo comune denominatore. Esistono letterature, musiche, spettacoli di massa, i circenses che fanno star buoni gli esagitati, ed io non mi dimentico che esistono letterature, musiche e teatri popolari, fondati sul linguaggio comune, su una visione comune che spesso attraversa i secoli, ma non li vedo più uscendo tra la gente della città che abito.

Questi ragazzi mi dicono che bisogna sapere che cosa pensi la gente, ma non c’è niente al mondo che mi sia più estraneo di quello che la gente dice. Quando gli esseri umani si riducono ad essere massa perdono ogni caratteristica rilevante. Noi siamo chiusi in una proiezione demografica, abbiamo accettato tutta una serie di definizioni che non hanno niente a che vedere con la vita umana, accettiamo indicazioni su tempi e metodi che sono innaturali, inattuali, insopportabili.

Nemmeno mi interessa conoscere la genetica dell’abrogazione della responsabilità comune. La constato e passo oltre; non sono impantanato in una ricerca del diritto e della giustizia sociale; non credo in una economia fondata sulla produzione e sul consumo forzati, a sostegno della quale mi sembra che la gente rovini la propria potenzialità; credo in una esistenza umana gentile in cui piccole comunità badino al proprio ambiente e ne curino l’integrità andando dritte per la propria strada. Credo nella comunicazione e nella condivisione dei principi, non dei metodi. Credo nell’etimologia, non nell’uso.

16 marzo 2004

Sole splendente, finalmente, e la fine di un inverno molto insolito si avvicina. Sono grandi i mutamenti di percezione che attraverso e sarebbe bene che i miei modi espressivi fossero almeno un po’ piu’ contenuti. Meglio sentire un po’ di pace nei sentimenti di Stefania, anche se i bambini sembrano agitati e il suo ufficio non sembra togliersi dal pantano in cui e’ progressivamente entrato. Sono responsabile dei turbamenti di Stefania, ma non sono il solo.

16 marzo 2003

The same act in different worlds is an entirely different act, with entirely different repercussions.

Domenica a Trieste, piuttosto insolito in realta’. Freddi venti del nord spazzano il nostro abitare, che mai potra’ accadere di male finche’ il vento soffia cosi’ pulito?

16 marzo 2002

Partenza di mattina presto per una giornata attraverso il carso goriziano con Marko Pogacnik, davvero molto insolita. Riunione e ripartenza da Gradisca d’Isonzo verso Farra per un boschetto molto rilevante secondo Ana, pieno di fiorellini e di strani funghi, sono partito piuttosto lentamente. Poi verso il luoghi della Grande Guerra veri e propri, verso il monte S.Michele e S.Martino del carso in un paio di luoghi fra gli alberi, densamente abitati da spettri e anime tormentate, che ci hanno fatto molto faticare. Almeno quelli di noi che si sono resi conto di ciò che stava veramente accadendo. Ottimi risultati comunque, con canti molto armonici e straordinariamente lunghi. In qualche modo siamo diventati un vero gruppo, solidale e potente. Un molto accettabile pranzo a Doberdò del lago, che ci ha resi un gruppo decisamente più allegro anche se ugualmente commosso e a seguire verso il lago appunto, passando per uno dei luoghi più scuri e disturbati che mai ho potuto vedere vicino alla città in cui sono nato. Morte e desolazione per le quali abbiamo portato un po’ di autentica consolazione, con un inedito movimento di gruppo molto semplice ma davvero efficace, anche e forse soprattutto per le nostre povere menti duramente provate. Infine il lago, visto dalla cava abbandonata sulle pendici scoscese che lo circondano. Bunker e depositi di armi ed esplosivi molto poco nascosti e solo recentemente abbandonati e svuotati. Un luogo di esseri elementali fra i più desolanti che si possano immaginare eppure vivo e densamente abitato. La sera abbiamo rinunciato alla conferenza per eccesso di stanchezza ma non pareva potessimo perdere molto.