venerdì, 09 marzo 2007

Esporre il nostro essere comuni

Mettere in comune il proprio pensiero, raccontare di ciò che si è visto e sentito, anche se il tutto è reso con apparente stile e pulizia, è solo un tentativo di sfogarsi, di esprimersi, di curare le proprie personali nevrosi. Qualcuno (molti) lo fa con i propri colleghi, con i propri compagni di caffè, altri con i propri familiari, con i propri corrispondenti del cuore. Un uomo pubblico, un politico, un autore, i cosiddetti uomini della comunicazione, lo fanno in pubblico, davanti a tutti.

La regola della comunicazione pubblica è solo una: di quello di cui non si può parlare si deve tacere. Un politico, ma anche un autore, qualunque uomo di relazioni pubbliche parla anche a nome di altri, rappresenta altri a nome di sè stesso, con la propria faccia. Deve avere perciò qualità peculiari di affidabilità e credibilità che gli forniscono autorevolezza: la cautela, la preparazione, la chiarezza espositiva, come ci suggerisce Valerio Fiandra parlando di Riccardo Illy.

Io trovo volgare e rozza, viceversa, la promozione di sè stesso. La nevrosi dell’autoespressione riempie uno spazio che solo i volontari senzienti possono subire. La condivisione di una nevrosi è infatti spesso quello che chiamiamo, invece di autoaiuto, comunicazione. Confondere la libertà dell’io con la libertà dall’io, che è lo scopo della comunicazione, da luogo ad un mostro che è il suo contrario. Se non sospendiamo questo vomitare le nostre malattie nello spazio comune il mondo sarà sempre il letamaio che è.

La realtà è un’altra, qualunque cosa noialtri vediamo. Non c’è niente che sia vero se non è condiviso, io davvero credo che la comunicazione, la messa in comune di tutto ciò che sappiamo sia l’unica speranza dell’umanità. In pratica ogni idea, ogni ambizione, ogni visione deve essere messa durissimamente alla prova, deve essere esposta ad un vero oltraggio pubblico, che la pulirà. Quello che rimane dopo l’esposizione è utilizzabile da tutti.

Il pubblico, non la singola persona, ha la facoltà, ma anche il dovere, di fare piazza pulita di tutte le egomanie. L’uomo pubblico è investito di una autorevolezza che gli deriva dal consenso, del quale egli stesso si deve accertare continuamente, gli eletti danno voce a chi non parla se usano la necessaria cautela, preparazione, chiarezza espositiva. Democrazia non significa solo prendersi la responsabilità di incaricare un altro a parlare per sè, ma anche accertarsi che questo lo faccia.

9 marzo 2004

Theory, divorced from practice, is a monster.

Questa luccicante bestia di terrore, che si aggira intorno alle nostre case, ci toglie il respiro, mentre la sentiamo ansimare, e ci toglie energia senza riuscire a nutrirsi. Difficile esagerare con il danno che questo sentimento puo’ produrre nelle nostre vite, ma certamente nessuno vuole sentire i miei annunci. Eppure mi sento come l’araldo della forma delle cose nuove, perche’credo solo sia meglio togliere i cadaveri dalla strada: una cosa e’ certa, finisco per dire piu’ cose di quante io realmente desideri dire, forse solo perche’ mi trastullo con le informazioni assodate, e non mi conviene.

Stefania continua a parlare di torti subiti, ma si confonde, ed e’ molto facile prendersela con me. Ora capisco: questa civilta’, fondata su una indiscriminata cultura del consumo, ma sarebbe meglio dire della masturbazione, E’ una civilta’ fondata sullo sterminio, di ogni possibile oggetto, meglio se di molti capri espiatori. Io non mi soffermo sul significato etico di questo modo di procedere, potrebbe essere il migliore alla nostra portata, in fondo. Mi metto solo molto facilmente nei panni del capro, e se sopravvivero’ ne avro’ una coscienza profonda. La quale non potra’ salvarmi da nessuno sterminio.

9 marzo 2003

Now if you go home, one of the good things about being home is your comfortable chair is there in your study, where you sit to read. With your lamp, there. Your music, there. Your books, there. It’s comfortable. If you go home and your chair isn’t there, your books aren’t there, your study is moved and your music has been turned off… it’s not comfortable.

Q: Yes but it is challenging.

RF: Right. But when I go home I would like to be able to have a moment sitting in my study… So, at home, one has one’s own particular dynamisms to keep oneself sharp. To put it another way, one’s pointed stick.

La domenica, pigra ed indolente, immersi in questa non più campagna, in mezzo al non più silenzio, sembra sia quello che questa famiglia può permettersi. Una visita di Rocco, insieme ad Efrem, porta una strana aria, un po’ confusa forse, ma le domande di Rocco chiedono una risposta nuova.

Passo la tarda serata a pensare a Toni, come sempre quando non riesco più a sentire la sua presenza.

9 marzo 2002

Le persone che mi cercavano spesso l’anno scorso si limitano a salutarmi per strada, nessuno ha da chiedermi nulla. Nessuno può parlare dei fallimenti comuni, figuriamoci dei propri. La città, almeno vista dal mare, è quasi irriconoscibile, ma mi rendo conto di non averla conosciuta abbastanza. Abbandonare tutto sembra essere così facile per me, dimenticarlo ancora di più. Un punto essenziale degli ultimi anni, qualcosa che ho osservato e meditato a lungo, è la disciplina del mollare la presa, del lasciare andare. Soprattutto l’oggetto è stata la conciliazione di questa disposizione con la pratica della volonta e della responsabilità. E forse è stata solo una lunga meditazione linguistica, come troppo spesso mi accade. Forse ho solo passato il mio tempo migliore a speculare sul nulla, in termini astratti e probabilmente confusi. Non mi vergogno di essere uno stupido, non mi vergogno affatto di nulla nella realtà, ma quel che mi chiedo adesso è dove tutto questo possa avermi portato. C’è quasi una riposante gioia nel mio non sapere affatto che cosa mi aspetti, e dico ogni giorno, nella raggelante incertezza che ho intorno.

Ho passato qualche ora a parlare di come mi sento nei confronti degli altri in questi giorni, ho usato il tempo di chi mi stava ascoltando per mettere a fuoco la mia disposizione al futuro, e non mi sento male. Forse sono innocente. Forse sono pentito.