martedì, 06 marzo 2007

La sindrome di Bazlen

Io sono nato, anche se non ci sono cresciuto, in una città di margine. Non di periferia, non di provincia, di margine. Sono stato definito in altri modi ma quello giusto è marginale. Certamente sono stato molto presuntuoso, nella vita, ho assunto per buone dimensioni che erano certamente al di sopra dei miei mezzi e le ho abitate. Figlio di due poverissimi rifugiati ho dichiarato il mio diritto a studiare, a viaggiare, ad imparare le lingue e di mescolarmi a veri professionisti, studiosi, artisti.

Ma la sindrome cittadina, acquisita come una personalità altrui che ci invade e ci determina, non mi ha mai abbandonato. A Trieste si sa, molto meglio che in qualunque altro posto io abbia abitato, e prima, che nessuno può fare nulla, che pretendere di vivere è da megalomani, che la storia non ci insegna nulla, che il diritto è una illusione. A Trieste si sa bene che il lavoro di qualità, quello vero che implica la trasformazione delle sostanze e delle essenze, oltre che delle apparenze, non troverà nessuna ricompensa.

A Trieste non c’è mai stata la mania positivista a tutti i costi. Quella che trasforma il candore in cinismo, la stessa che, nel perseguire le sorti magnifiche e progressive dell’umanità, travolge ogni desiderio umano. Quella che, trasformata in una ricerca della felicità falsa e smarrita, cancella la gioia dello stare al mondo. A Trieste invece c’è stata una immensa, decadente, lussuosa e fortissima azione di studio, di rivitalizzazione, di perpetuazione dell’impulso umano fondamentale: il desiderio di sapere.

Anche ai margini ci sono personalità clamorose loro malgrado: davvero tutto il mondo conosce Claudio Magris. Ma la caratteristica del ricercatore illuminato a Trieste è un’altra: l’invisibilità che è cercata, desiderata, mantenuta a qualunque costo. Cristina Campo diceva di aver scritto poco e di aver tentato di scrivere ancora meno, probabilmente nessuno ha compreso meglio di lei l’imperativo di Roberto Bazlen, il più famoso e probabilmente grande letterato invisibile della storia del centro Europa.

Tutta la mia esistenza è stata segnata dalla presenza di Bobi Bazlen. Certo, io ne ho sentito parlare a Venezia e a Londra, dove passavo ai tempi del liceo, da persone che certo non erano triestine e che per questo pensavano se ne dovesse parlare. Non a Trieste, dove ne parlano solo quelli che non hanno capito nulla. Dove se ne parla solo per negarlo, per negare l’esistenza di questo margine. Sono cresciuto vittima della sindrome di Bazlen senza comprendere la natura della benedizione.

Elemire Zolla, Roberto Calasso stesso, perfino Luciano Foà sono stati incapaci di parlarne, fedeli alla consegna di tacerne l’incarnazione, rispettando la assunzione di virtù che Bazlen ha professato. Il vanto delle città di centro, Roma come Parigi o New York, la capacità di valorizzare le personalità, diventa oggetto di riprovazione da noi, che siamo infatti un faro ed un esempio di civiltà per il mondo grazie a questa sindrome. Se Dio vuole, infatti, tutto ciò che ancora trent’anni fa definiva Trieste città di margine, ora è diffuso in gran parte del mondo occidentale, che è solo il margine del mondo futuro.

6 marzo 2004

There is a difference, then, between holding ourselves in front of the “right” situation, that we experience subjectively as hard; and the “wrong” situation that, objectively, does us damage. How to distinguish between the two? The cultivation of discrimination.

Sabato che ci impegna a coesistere, materialmente, emotivamente, in una dimensione che ci sia propria, popolabile, condivisibile. Ma i bambini, le loro percezioni e le loro espressioni, determinano tutto, azioni e visioni, mutazioni e spostamenti. Velocemente, come non ci riesce mai, accompagnamo Stefania a Meolo per sistemare qualche affare visto l’impegno altrove di lunedi’. Una buona occasione per risistemare il disastro della settimana scorsa: meglio, molto meglio, ma Stefania vuole una vita piu’ normalmente familiare, ristorante con i bambini e aperitivi con gli amici. Che devo dire? La vorrei anch’io.

6 marzo 2003

Our conduct in public has repercussions, whether we know it or not, like it or not, are careless of it or not, plus other alternatives. In the e-age, this has significant implications.

Le ripercussioni della giornata di ieri hanno accompagnato il mio risveglio avvolgendolo in una curiosa ed inquietante luce. E la lezione continua a svolgersi. Mi sembra almeno una chiara indicazione della intensità dell’azione, almeno per quanto riguarda la mia intensità. Infatti la missione continua e siamo in piedi ad aspettare.

Il rischio è abitare un sogno ma non possiamo fare altro in realtà, nessuno ha una vera scelta. Quella che definiamo realtà è la somma di ciò che riusciamo a concepire intorno a noi, che conteniamo ogni possibile nozione di bene e di male, ogni possibilità dell’essere e del divenire. Come siamo in grado di vedere, così è.

– Listen to the dimension of your soul.
– Listen to the emotional level of your being and see that it is not totally overshadowed by the mind control.
– Listen to your body. See that your body is free to introduce any cleansing process that is needed to re-gain its sensitivity and purity.

6 marzo 2002

The view from The Basement this morning is one that has been transformed in the 2 weeks since last I gazed from the window. Multiple shades of eruptile green with shards of sunlight breaking through the canopy to diversify and variegate the greens even further. And the temperature is markedly hotter.

Le cose di cui non dovrei mai parlare, questo è il topos di questi giorni. Le cose che non devo dire e il motivo per cui le dico. Che grandi misteri figli miei.

Ci sono due distanze: quella fra ciò che siamo e ciò che crediamo di essere e quella fra ciò che vogliamo e ciò di cui abbiamo bisogno. E la realtà è così separata dal mondo da far venire i brividi. Ma io non posso parlare, non ci sono le domande. E non posso nemmeno dire quanto grave sia la situazione, perché non si può fare nessuna affermazione negativa, nessuno ne ha bisogno. C’è una minaccia greve, pervasiva e autosostenuta, che ha una portata inimmaginabile, e noi stiamo a pensare ad avere un lavoro fisso, per pagare il mutuo del garage, come se fossimo nel texas negli anni cinquanta. Basta così.