giovedì, 22 febbraio 2007

Non credete a quello che dico

Torno sulla credibilità in rete perchè trovo che il principio sia sottovalutato. Leggo in questi giorni una certa serie di note sull’overload informativo, sulle questione sollevate dal proliferare delle fonti, delle informazioni che uno riceve durante la sua giornata, durante la sua vita. Io voglio dire che non esiste proprio il problema. La difficoltà sta tutta nel fatto che abbiamo abbandonato l’esercizio critico, non ne conosciamo più l’uso, che non è affatto riservato alle personalità televisive, ai comici e ai cantanti.

Nessuno è esonerato dall’esercizio critico, sono impressionato dal fatto che sia necessario dirlo. Se si scivola nell’ipercriticità, dio non voglia, è molto meglio che essere ipocritici, ipovedenti, iposenzienti. Io credo nella democrazia fondata sul diritto di veto, credo che la democrazia sia il governo praticato da tutti i cittadini, non solo da quelli che hanno sentito odore di privilegi da difendere, non solo da quelli che hanno molto da guadagnare. Da tutti i cittadini, non dalla maggioranza.

Ho scoperto molti anni fa che il diritto di veto blocca l’esercizio del governo, ma io credo che ogni responsabile di governo nazionale, regionale, locale deve sempre ascoltare tutti, e poi decidere con la sofferenza che gli deriva ogni volta dal dover dimenticare la voce di chi egli stesso non ha potuto comprendere. Da parte nostra l’obbligo equivalente, che ci deriva dalla volontà di appartenere al mondo, è di essere informati per comprendere l’azione in atto, le responsabilità piccole e grandi che questa comporta, le sue ripercussioni nella vita di tutti.

Chi sale su un palco si prende responsabilità enormi, chi appare in televisione sale su un palco enorme che inevitabilmente lo schiaccia, lo isola, lo trasforma. C’è un limite alla dimensione del nostro palco. Ma quello che sto dicendo è che non c’è un limite all’uso della nostra capacità di giudizio. Dobbiamo esercitarla, usarla sempre, con una precisa disciplina: il nostro giudizio, che riguarda solo noi stessi nella realtà, può essere espresso, raccontato, detto solo quando è completamente informato. Perciò come fanno ad essere troppe le informazioni?

Quella che è troppa è la disinformazione, quella sì. Nel proprio campo di specialità, all’interno dello spazio in cui siamo competenti è facile vedere chi mente, non ci facciamo prendere in giro dall’ultimo arrivato, dai cacciapalle che vogliono venderci qualcosa, che sia una macchina usata o la loro immagine. La disinformazione non è un tipo particolare di informazione, è il suo opposto, la sua nemesi, il suo annullamento. Questo è ciò da cui possiamo proteggerci, distinguendola.

Ora, non credete affatto a quello che vi ho detto, usatelo come materiale di indagine, magari se mi considerate considerato usatelo come strumento di indagine, ma non prendete per buono quello che dico, non prendete per buono quello che dice nessuno.

22 febbraio 2004

Domenica, in questa inesauribile dimensione cosi’ limitata nel tempo, lentamente, molto lentamente riemergiamo dalla notte in un lungo abbraccio, mentre i bambini dormono ancora, e l’atmosfera cambia di nuovo, non a causa dei baci e del rimorso di Stefania, ma piuttosto grazie alla pioggia che si e’ distesa in maniera piuttosto primaverile. Questo mio amore, cosi’ duramente messo alla prova, non si scalfisce nemmeno e rimane la pietra intorno a cui la mia vita, nuovamente percepita, gira fermamente. Il colore, ed il sapore di questa donna meravigliosa riempiono di dolcezza ogni momento di indecisione io possa attraversare, e ce n’e’ qualcuno. Spesso prego solo per ringraziare: abbiamo due meravigliosi bambini che hanno aspettato tanto per esserci.

22 febbraio 2003

Via, lenti ma inesorabili da questa fastidiosa città. Il mio non è un sentimento, o un pensiero, ma proprio una profonda, tangibile e liquida sensazione che il mio posto al mondo non sarà più in questa città. Mi piacerebbe vederci più chiaro, avrei proprio bisogno di sentire in maniera più completa quello che vedo, sento e attentamente ascolto venire dalle profondità del mio essere: la mia vita deve ancora cominciare. Molta della preparazione è stata completata, su livelli differenti, e quella parte della mia vita cominciata il 30 aprile 2000 sta per cristallizzarsi in una struttura leggibile, in un ambiente con una dimensione propria, solida, vivibile e nutriente. Che fareste voi, sareste preoccupati?Ma i sentimenti di Stefania non coincidono, e fa molto bene a ricordarmi come posso essere visto da fuori, come la imprecisione delle mie azioni risuoni più forte delle azioni stesse, e come il mio comportamentoi corrisponda a categorie differenti da quelle percepite da me stesso. Che fareste voi, sareste preoccupati?

22 febbraio 2002

Si può immaginare l’impossibilità di tornare a casa? Il posto in cui le cose che davvero ti appartengono si ritrovano e si raccolgono, l’aria, e la terra, il posto in cui le tue parole sono comprensibili? Io non posso tornare a casa. Come se fossi chiuso dentro alla mia mente, o dentro un cuore chiuso, forse. Non riesco a tornare a casa. Eppure mi si guarda come se potessi fare qualcosa, senza riconoscenza, né pietà. Una situazione singolare, così freddamente incomprensibile, così difficile da immaginare. E Toni continua a dire che faccio quello che voglio. Chissà quale è il punto? Cos’è che sta cambiando così tanto, fino a questo punto? Quale è l’indicazione che il cielo, o la terra, mi stanno dando? Io non credo sinceramente di poter dire che ci siano persone che entrano davvero in questa questione. Non solo non ho risentimenti, ma nemmeno sensazioni, idee, pensieri che riguardino una persona piuttosto che un’altra. Ma si può essere perseguitati solo da persone che pensano di amarci? E quale è la difesa da questo? So che c’è una risposta per ciascuna di queste domande e che non è lontana, ma quello che so è anche che queste cose non miglioreranno affatto. La mia indeterminatezza non è una scelta e nemmeno qualcosa che mi fa soffrire, per quanto possa immaginarla insopportabile. La modificazione continua della mia percezione dell’ambiente non è la causa del mio dolore. Quello che mi fa soffrire è solo, sempre, l’incomprensione.