mercoledì, 21 febbraio 2007

Ci siamo persi qualcosa?

Quando lavoravo a scuola gli psicologi compilavano una serie di note sui ragazzi, con intenti di studio globale più che statistici, e avevamo modo di discuterne, in modo limitato e molto riservato data la delicatezza della materia. Alcuni di loro erano veri amici per me e le loro visioni influenzavano molto la mia, ché peraltro lavoravo nel loro stesso ufficio. I ragazzi erano sostanzialmente divisi in due: nevrotici e psicotici. A leggere i manuali l’affermazione sembrava un po’ forte ma oggi non credo affatto che lo sia.

La nostra nevrosi generale, come civiltà, mi pare un dato. Si intende qui una certa fragilità del sistema nervoso, che rende probabile preda di alcune leggere patologie. Diverso è lo stato psicotico, in cui per i più vari motivi cadiamo quando abbiamo bisogno di ricostruirci un mondo accettabile, ché quello percepito non lo viviamo più come tale. Io credo che non ci sia più nessun dubbio sul fatto che la nostra civiltà è in difficoltà, che ciascuno si riconosca come appartenente al mondo occidentale moderno si renda conto di quanto questa definizione implichi un pericolo per la psiche umana.

La psicosi di cui parlo consiste essenzialmente della costruzione di un ambiente psichico personale, dal quale osserviamo gli altri come estranei, non necessariamente come migliori o peggiori, ma altri, diversi. Questo processo naturalmente rende noi stessi isolati ed alieni, o almeno il pericolo che questo accada è grande. In nessun modo questo è un rischio accettabile. Quello che mi chiedo però è: in alternativa quale è la comunità in cui potremmo ritrovarci, quale senso comune potremmo usare, davvero?

Il senso comune ormai consiste solo di una serie di pregiudizi sul quale riusciamo a trovare un accordo relativo, comunque fragile e precario. Abbiamo una serie di pseudostrutture culturali, all’interno delle quali aderiamo a leggi morali condivise, assumiamo valori di base che ci definiscono, stabiliamo criteri di comportamento sui quali riusciamo a trovare un accordo. Ma davvero nel vostro vicinato, in ufficio, perfino nel nostro condominio è ancora vero?

Come definireste la vostra comunità? Voglio dire, raccogliendo le forze e usando un senso critico degno di questo nome, sospendendo per un momento l’ipocrisia standard che ci permette di definirci cattolici, o cittadini democratici, oppure professionisti corporativi. Una comunità si definisce in base a leggi comuni, ma anche ad un sano uso della simpatia, perfino della capacità di compassione. A quale comunità possiamo appellarci quando abbiamo bisogno di sospendere la nostra mania di chiedere la soddisfazione personale con oggetti piacevoli, l’esenzione da quelli spiacevoli?

martedì, 21 febbraio 2006

Le paure nella quali sprofondiamo derivano dalle nostre speranze, dall’attesa che esse non vengano soddisfatte. Ma non dobbiamo confonderci, la Speranza che ci sostiene in effetti ha tanto a che fare con le speranze quanto il Pensiero con i pensieri.L’ostilità che la condizione di apprendista richiede per la mia normale (e continua) formazione sta raggiungendo incrementalmente il proprio status ideale. I miei superstiziosi vicini scambiano ogni assenza di azione per un incantesimo e non sapendo da che parte guardare guardano spesso me. Tutto questo è estremamente nutriente e la mia gratitudine è assoluta. Se solo si potesse vedere il banchetto che abbiamo davanti ed al quale, molto inconsapevolmente rinunciamo.

21 febbraio 2004

Una luce dorata, ocra anzi, del tutto inedita nel cielo stamattina. Incantevole araldo di un mondo che non conosciamo, consiste molto poco semplicemente della sospensione di finissime polveri minerali e sabbiose trasportate dal forte vento africano. Sabato quindi, con un’esordio indeciso che ci innervosisce tutti, a cercare una macchina piu’ grande da comprare in mezzo ad una scrosciante pioggia, con i bambini che non condividono affatto la nostra manovra e Stefania che sbaglia, piu’ o meno intenzionalmente, tutti gli appuntamenti. Rimaniamo, presi nel nostro insieme, un fulgido esempio di mancata organizzazione, pure nel senso di mancata tensione verso l’organizzazione, e pure nel senso di organizzazione immaginata. Siamo quindi un po’ buffi nel nostro nervoso saltare di qua e di la’ che si conclude, inesorabilmente, con l’esaurimento della mia scarsa energia, cosa che mi impedisce di parlare, e di ascoltare correttamente, fino a sera. Nulla cambia davvero, nemmeno l’esposizione alla luce, ma la voglia di misurarsi con qualunque tensione e’ svanita.

21 febbraio 2003

Diverso. Questo mi accorgo di essere, anche parlando con Enrico e Gabriele, le persone più amichevoli, comprensive e sinceramente interessate al mio destino che posso immaginare. Come un eterno adolescente, come un ragazzino immaturo, in una qualsiasi giornata di sole in cui è evidente che non ho nessun amico con cui rilassarmi, nessuno che possa dire di conoscermi e vibrare per simpatia. Senza lavoro, senza una sola dignità sociale, e così poco, definitivamente, comprensibile.Il mio rituale attraversamento della città ha avuto una inclinazione speciale oggi, come se una condanna incompresa mi seguisse, come se fossi davvero colpevole, e nessuna idea sul materiale di cui questa colpa sia fatta. E credo anche che questa difficoltà fisica, psicologica, morale, mentale sia chiaramente visibile sulla mia faccia, credo che meno familiare sono e più si veda, ed io sono molto poco familiare oggi. In buona fede non so come mi si possa vedere da fuori, ma il fatto che evidentemente nessuno senta la mia mancanza è di tutta evidenza, e riconosco anche i segni di una paranoia davvero avvilente, come una mania di persecuzione. Forse mi sto solo rifugiando nelle fantasticherie, ma riconosco una comunità cui non appartengo affatto, tutto qui.

21 febbraio 2002

A Trieste in macchina, lascio andare la nebbia per un po’ e dopo un viaggio nella pioggia, infatti, l’aria è tersa e cristallina. Sto cercando di ricapitolare quello che in un certo senso È il mio manifesto, partendo dalle lezioni di design acustico dell’anno scorso. Tanto brillante è stata l’opportunità offerta quanto avvilente è il mancato rinnovo della richiesta e mi chiedo quanto genuino sia stato l’interesse dei ragazzi o di chiunque altro. La mia posizione ideale mi pare questa:”La lira di Hermes, raccontata da Omero e donata poi ad Apollo, la cui musica è un suono esterno, che la divinità manda agli uomini per ricordare loro l’armonia dell’universo. La musica è esatta, serena, matematica, collegata alle visioni trascendenti dell’utopia e dell’Armonia delle Sfere. L’anahata dei teorici indiani, la base della dottrina pitagorica e di quella di Severino Boezio (Quadrivio: aritmetica, geometria, astronomia, musica). I suoi metodi espositivi sono teorie numeriche. Il suo proposito è di armonizzare il mondo attraverso un design acustico.”Sostenere una tesi per la quale il mondo è ridefinibile e rinnovabile attraverso una precisa azione di design acustico mi pare davvero una tesi significativa e intrigante e questo è quello che vorrei continuare a fare. Ed ecco l’interesse che Gabriele pare manifestare: sono solo illusioni, ancora?

L’ascolto di oggi è la nuovissima edizione di “in a silent way” arricchita di annessi e connessi, mirabilmente ricomposta e ridefinita appunto. Una vera gioia.

Annunci