Il pensiero positivo mi fa orrore: la giusta definizione per quello che tutti chiamano pensiero positivo è “positivismo”, la fiducia nelle sorti magnifiche e progressive dell’umanità, roba criticata con cognizione di causa e perfetto tempismo nell’ottocento. La fiducia cieca nelle possibilità della scienza di spiegare l’invisibile ai nostri occhi, nel credere che scienza sia davvero Sapere, e che implichi conoscienza e coscienza.

Il pensiero positivo nella realtà consiste soltanto di una disposizione: nel metter in ordine la nostra propria percezione del mondo dando priorità a ciò che funziona. Positivo significa dire di si, affermando la propria sospensione di giudizio, di fronte a qualcosa cui non crediamo, ma che sappiamo essere possibile. Positivo non significa sicuro ma: lo credo fermamente, credo che il mio interlocutore possa avere le sue ragioni e che insieme possiamo vitalmente scambiarci delle idee. Non significa fingere che tutto vada bene.

Il pensiero negativo è una struttura difficilissima da usare creativamente, ci vuole indubbiamente una certa qualità geniale. Ma io preferisco cominciare da qui. Col togliere di mezzo il pattume che si è accumulato sul mio tavolo, col dichiarare in malafede i profeti dello sviluppo infinito, della giusta ideologia, del paradigma finanziario falsamente economico. Io preferisco indicare l’imbroglio che si annida nello spostare qualche parola nel discorso mutandone la polarità e trarne vantaggio.

Così i termini si invertono: Lavorare a favore della vita umana può essere indicato con spregio e dileggio, lo svuotare l’energia erotica dei veri aspiranti umani può venir premiato come un contributo all’umanità. Ma ciò che è semplice non è mai facile, per facilitare si complica, e così comincia la manipolazione. Contro l’umanità si ergono forze colossali, non c’è solo sostegno alla vita umana nell’universo. Abbandonando la nostra necessaria tensione verso la produzione di energia umana, permettiamo alle forze contrarie di entrare nel mondo attraverso di noi.