Abbiamo un obbligo: comunicare a sette persone tutto quello che conosciamo, completamente, prima di morire. Riuscite ad immaginare qualcosa di meno probabile? Soltanto l’ordine necessario nelle cose che conosciamo sarebbe già una conquista formidabile. Organizzare un linguaggio, nel senso di averne uno accettabile per altri, senza malintesi, rivolte o abbandoni, mi pare quasi del tutto inacessibile. Per quanto mi riguarda non ho nemmeno sette figli, quindi ho passato la visione che ho ad altre persone che l’hanno accolta senza riserve. Quando questo è accaduto il cielo si è aperto sopra di loro, e l’inferno sotto, simultaneamente.

Non posso dire che ho mancato in termini di protezione, perchè anche quando ho realizzato che questa è sufficiente, l’iniziativa altrui è stata prematura o eccessiva, il distacco dal sistema di protezione di cui godevo è stato troppo veloce, ed io non posso rispondere delle iniziative che non sento come mia responsabilità. Ci sono complicazioni, inoltre, di tipo sentimentale, sessuale, ideale. Insomma, credo che nessuno abbia il potere di rispondere per altri, quindi credo che nessuno possa dire agli altri che cosa debbano fare, quindi credo che ogni aspettativa si possa coltivare sia irreale.

La dignità dell’anima, il suo completamento, che probabilmente richiede qualche migliaio di anni, è necessaria per determinare, entro molti limiti, il proprio progresso spirituale. Ma che cos’è che ci distingue in questo processo? Non certo le qualità personali, che pure ci sono e non sono solo illusioni ma riflessi. Le qualità individuali? Abbiamo delle doti, dei talenti, che dobbiamo usare per questo scopo, qualche volta invece che per la soddisfazione dei bisogni personali. Il nostro progresso spirituale non è nelle nostre mani, non finchè non ci abbandoniamo alla misericordia divina. In’sh’allah.

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