sabato, 10 febbraio 2007

Come affrontare gli errori?

L’intera nostra esistenza è segnata dall’errore. Perfino i meglio educati, coloro che sono stati aiutati nel restare in contatto con quello che veramente sono, che sono stati accompagnati nel regolare il proprio comportamento in accordo con la loro vera natura, hanno fatto più errori che cose giuste. Se è vero che gli errori si pagano tutti, prima o poi, è altrettanto vero che essi vanno onorati, a volte come intenzioni nascoste, come segni inconsci che indicano una direzione nuova, non progettabile.

Una certa purezza di gesto fa tutta la differenza. C’è modo di ricostruire la nostra innocenza se questa purezza viene coltivata, difesa, protetta. Sto parlando di fermezza di intento, di volizione diretta, di visualizzazione dell’atto. Sto parlando di quella maestria nell’arte su cui c’è tutta una mitologia e che io preferisco chiamare mestiere. Semplicemente con il duro lavoro possiamo essere artisti. Badate, non sto dicendo affatto che l’estrema abilità sia l’indicazione di un essere umano equilibrato, sto dicendo che possiamo tornare alla purezza del gesto.

Nell’esercizio del mestiere, che consiste di una disciplina estesa, quotidiana, di raccoglimento e focalizzazione, possiamo superare molte delle nostre indecisioni. Il mestiere mantiene efficiente la nostra azione anche quando non abbiamo proprio nulla da dire, quando il nostro desiderio di espressione personale cessa, quando la nostra vanità perde ogni coesione. In un esercizio disciplinato è proprio l’errore, nel senso di impulso autentico alla imparzialità opposta all’affermazione arbitraria, a determinare una nuova luminosa energia. Allora succedono cose meravigliose.

10 febbraio 2004

What without how, even assuming why, is not much help.A meta’ mattina sono seduto, con una certa perplessita’, ad osservare il tempo che scorre, ben consapevole del fatto che ho bisogno di un certo periodo di adattamento a questa specialissima, in fondo, situazione. Non che mi turbi eccessivamente misurarmi con la mia mancanza di esperienza, rimangono solo da assestare alcune posture della mente che troppo presto diventeranno abituali.

Ben diverso compito, invece, e’ misurarmi con la ostinata mancanza di intelligenza del Conte Satsko, che lo porta sempre a parlare troppo e a farsi vedere troppo, narciso insensibile che e’. Per facilitare un po’ la mia comprensione della vanitosa creatura che abito, ho deciso di considerare il sentimento di solitudine che la pervade quando i suoi familiari sono lontani. Il resto della giornata passa nella penombra di nessun posto, a considerare la presenza di Stefania e dei bambini che e’ altrove.

10 febbraio 2003

Una giornata intera, dal risveglio alla cena a tentare di immaginare un’occupazione possibile, inserita in un mondo destinato all’estinzione, in mezzo a gente priva di ogni possibile cultura, aspirazione, speranza. Come misurarsi con questo inframondo indicibile, imperscrutabile, inacessibile? E soprattutto perché?

Credo abbastanza continuamente che l’attraversamento del mondo comune che sto compiendo sia davvero necessario, credo di star raccogliendo elementi utili a cogliere le vere opportunità quando queste si presenteranno. È vero anche che molte visioni scorrono troppo lontane da me per poter essere colte, che ci sono molte coincidenze senza che io me ne accorga.

La lezione è stata comunque efficace, un conto è intravedere l’esistenza di attività subumane intorno a me, così determinanti per il resto della vita, così drammaticamente inibitorie. E un conto invece è incontrarle, verificarle, misurarle. Credo che ci voglia davvero pochissimo per spazzare via tutto, per rendere insensibile tutto questo volume di pensiero antiumano che si erge in questa nebbiosa pianura. Questo mondo sembra comunque incapace di perpetuare se stesso, i figli non seguono affatto i padri perché le inconsistenze non si somigliano mai.

10 febbraio 2002

A volte mi capita di ricordare che non sono ancora capace di descrivere le cose che ho visto. L’inesprimibile benevolenza che ho avvertito nella musica per esempio, l’impossibile forza che mi invade quando sono in vera difficoltà, la ferma sicurezza che provo quando guardo i miei insegnanti, la mancata necessità che c’è di affidarmi a loro. E la chiarezza, definitiva e trasformante che ho avuto una volta raggiunto un vero sfinimento.

E poi mi ricordo che della vera questione non parliamo mai: il passaggio dal sentimento, l’emozione che pure ci rapisce e ci esalta, alla sensazione (non c’è in italiano una parola migliore che io conosca) la quale ci mette in condizione di sapere che ciò che abbiamo davanti è reale, oppure no. Il passaggio da feel a sense dovrebbe essere il punto in cui tutti, qualunque sia il nostro grado di volontà e di pazienza, ci ritroviamo, e sul quale ci stacchiamo. Non sto dicendo che non dovremmo pensare ad altro: questo farebbe di me un fanatico e vorrei che non ci fosse nulla più lontano da me. Quello che intendo dire è che non devo dimenticare quale sia il punto che davvero mi sta a cuore, anche se non ne posso parlare mai, e cioè quale sia il modo per connettersi alla fonte che rende questa vita piena di significato, quale sia il corretto modo per restare connesso e attento a ciò che davvero accade.

Cosa sia quello che davvero devo fare.
E con chi lo condivido.

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