giovedì, 08 febbraio 2007

Di che cosa consiste una esperienza estetica? Cosa si intende esattamente quando si parla di consumo immateriale? La civiltà agricola ha lasciato il posto a quella industriale, che ha lasciato il posto a quella della conoscenza, dell’accesso, della comunicazione in cui siamo immersi. Il prossimo passo della produzione consiste essenzialmente di condivisione di una esperienza intellettuale, fisica, sentimentale per la quale abbiamo seminato ogni possibile punto.

Quando compriamo un elaboratore non acquistiamo più uno strumento di produzione soltanto, compriamo l’accesso ad una colossale struttura informativa. Come tutti sappiamo questa rete può essere inutile e dannosa se non c’è una capacità di selezione critica, se non siamo capaci di distinguere l’oro dalla feccia, se non abbiamo modo di trasformare un dato istruttivo in materiale sperimentato. Non ci serve a nulla l’informazione se non è selezionata, curata, editata.

Il prodotto commerciale del futuro non è affatto solido. Meglio, non ci importa nulla dei mezzi solidi attraverso i quali il prodotto ci viene fornito, quella che vogliamo è una esperienza estetica. aisthanomai, áisthēsis, qualunque cosa si intenda, si intende acquistare un sentimento al quale non si ha accesso. Questo sentimento, che si intende bello ed importante, diviene il vero oggetto della transazione. Al contrario di quello che possono darci lettura ed esercizio della musica, per esempio, vogliamo l’esperienza senza la pratica.

8 febbraio 2004

Una domenica immersa nella nebbia invernale, eppure splendente all’interno del nostro piccolo consorzio. La compagnia di questi bambini, e quella di Ferro e’ particolarmente sorprendente, puo’ riempire probabilmente tutto il resto della mia vita, che, alla luce delle meditazioni dei giorni scorsi, va riempita di immagini come quelle che ho davanti agli occhi in questo momento.

Oscilliamo di continuo tra i diversi piani della casa, aprendo e chiudendo porte, cercando spazio per ciascuno di noi, insieme ma anche da soli, per cercare il soggiorno ideale, al quale ci avviciniamo molto. Il pensiero di lasciare questa casa mi piace sempre poco. Un pensiero ricorrente ad Angelo, oggi, e non so spiegarmi quale sia la separazione tra di noi.

8 febbraio 2003

Di nuovo, l’infinita partenza da casa a casa. Lentamente, con una grande piacevolezza ci prendiamo il tempo per uscire di casa, prendere un caffè e fare provviste fino a riunirci al gruppo di allievi con cui Toni deve spostarsi a Padova. È con un certo dolore che realizzo la mia distanza da queste piccole attività così importanti e così insignificanti.

8 febbraio 2002

Ho uno strano senso di perdita dell’orientamento, non credo che potrò vivere qui ancora a lungo. Il problema sembra essere soprattutto la mancanza di ritmo più che la mancanza di direzione, quella indefinita sensazione che mi prende quando non ho una certa connessione con lo spazio. Non si può dire che io sapessi quanto la mia piccola stanza organizzata mi potesse mancare, e nemmeno quanto mi sarebbe mancata la piccola stanza vuota.

Ma non voglio confondermi ancora: quello che mi manca è solo il ritmo che la mia casa mi procura, mi suggerisce, mi permette. Questo è il momento in cui speravo di trovare nuovi modi ritmati, nuove sequenze di eventi ritmati, senza troppe strutture e senza ambienti dati. Non pare che io sia facilmente in grado di adattarmi e questo non era un mistero per nessuno, ma il disorientamento diventa facilmente patologico e devo proteggere le persone che ho intorno.

Trent’anni fa, in un letto di ospedale, la questione che avrebbe preso tutta la mia vita si rese palese: cosa implica, e a che cosa mira, la presenza della vita umana su questo pianeta? E più precisamente: quale deve essere la qualità della vita minima e sufficiente perché l’esistenza si possa dire umana? E ancora: a che cosa ci si può riferire, all’infuori dell’umanità, per definire l’idea di qualità sufficiente?

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