mercoledì, 07 febbraio 2007

La distinzione fra resa e sottomissione è sottile ed interessante. Certo la resa è fondamentale, imprescindibile, altrimenti la difesa del nostro ego comporta sforzi immani. Quasi tutta la nostra energia individuale è impiegata per difendere quello che crediamo di essere davanti al mondo, ai nostri simili, agli oggetti delle nostre attenzioni. La resa ci qualifica come aspiranti amorosi, pronti ad essere universali.

Ma le relazioni fra aspiranti umani sono mediate e sottile è il filo che ci connette, in effetti non è possibile avere una relazione che non implichi un terzo elemento. Può trattarsi di un lavoro da compiere insieme, possiamo aspirare insieme allo stesso oggetto, possiamo costruire una casa, una identità, una comunità. Ma se non aspiriamo alle stesse cose la nostra relazione non esiste. Se non guardiamo la stessa cosa non abbiamo un terreno su cui incontrarci.

Buffo come poi in realtà quello che associamo alle parole, che hanno comunque un loro significato preciso, è fatto di curiose licenze. L’umiliazione che la parola sottomissione implica non ha nulla a che fare con altre persone, eppure l’associazione è inevitabile. Sottomettersi, invece, è necessario per vedere. Noialtri immaginiamo che vedere sia diverso che accettare, che capire sia diverso che sottomettersi.

Nella mia esperienza ci si sottomette alla verità, ad un certo modo di fare le cose, alla sconvolgente presenza dell’autorevolezza. Capisco che tutto questo possa essere rifiutato e non ho obiezioni, ma le ripercussioni vanno meditate. Per conto mio non ho mai visto una giusta sottomissione ad una teoria, ad un metodo, alle relazioni pubbliche, eppure questa sottomissione la vedo ogni giorno.

7 febbraio 2004

Extemporisation is what we can do; improvisation is what happens when music comes to meet us. How to learn this?

Molto migliore la sveglia di oggi, e, se Stefania lavora duramente per essere “all’altezza di se’ stessa”, non c’e’ niente di cui scusarsi. Il tratto caratteristico di questi tempi, all’interno della mia famiglia comunque, ma non certo solo in questo ambito, e’ una certa schizofrenia di atti ed intenti, oscillanti come siamo tra quello che eravamo e quello che stiamo diventando. Mamma torna a pranzo ed e’ la benvenuta, i bambini sono molto contenti di avere compagnia, naturalmente in modo particolare quella di Rocco e Giulia, e per quanto Greta sia un po’ timida, la sera riesce ad uscire da sola con loro.

7 febbraio 2003

Forse dovrebbe essere un po’ preoccupante questa mia incapacità di desiderio di incontrare gli altri. Lasciando scorrere i giorni chiuso nella mia stanza provo gioie indescrivibili, immerso tra le mie cose, come fossi pronto a morire. Lascio perdere ogni direzione oggi, in una densa ed intrigante nebbia, e lascio riverberare la splendente, accecante omnipervasiva luce che è entrata in me stamattina presto.

Gabriele è sempre gentile a chiamarmi per informarmi sugli irrisori sviluppi della nostra attività comune: mi sento un po’ sciocco a sottovalutare la portata della sua continua attenzione ma sento così poco le ripercussioni di tutto quel che ci diciamo, che cosa potrei fare?

7 febbraio 2002

Il sole di nuovo, e così usciamo in questi campi a metà fra una strana, per me, periferia e la campagna vera e propria. L’illusione edilizia in Italia negli anni sessanta e soprattutto settanta ha invaso questi territori, molto poveri troppo a lungo e davvero densissimamente popolati, e adesso non si può che assistere indifesi allo scempio prodotto. Case per tutti, e televisori per tutti, e tutti in casa a guardare quello che passa in televisione, mi sembra davvero una pallida illusione di società sicura e tranquilla. Vedo gente molto malata, e non vorrei fare una indagine sulla tossicità delle abitazioni stesse, e comunque molto poco integrata in un qualsiasi organismo sociale. Vedo una montagna di automobili e la cosa nuova forse sono questi bambini che si vedono un po’ dappertutto; non come in una società sana, in cui i bambini hanno il loro mondo speciale e vivono tra di loro, ma iperprotetti, isolati, succubi di uno spazio in cui le automobili delle loro mamme sono il peggior nemico della loro aria, resa irrespirabile per farli stare al sicuro. Macchine di ogni tipo, macchine per fabbricare tempo libero e disoccupazione, macchine per spostarsi da una casa all’altra, a scuola, al mare, in montagna. Questa è, probabilmente, quella che si definisce una società ricca.

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