venerdì, 02 febbraio 2007

La comunicazione che svanisce

Tutto quello che sono riuscito a sentire, in un triste convegno a cui ho partecipato ieri sera, è che la realtà è incomunicabile, quelle soggette alle norme della comunicazione sono soprattutto le fandonie, che tutto ciò che viene sperimentato con intelligenza va taciuto, perchè incomunicabile. Naturalmente tranne che con alcune persone che hanno una esperienza ed una intelligenza simili alle nostre e che perciò sanno già come stanno le cose.

C’è stato un momento in cui quelli che lavoravano in un campo apparentemente simile al mio erano da me considerati colleghi. Che vi devo dire, ho avuto i miei momenti deboli. In cui ho creduto che ci fosse una vera ricerca dei limiti culturali, di civilizzazione, di auto percezione, dei miei contemporanei. Ma la definizione di collega è più importante di così: un collega, nei minimi termini, lavora nella nostra stessa definizione, nei massimi, è fatto della nostra stessa sostanza.

Ci sono due elementi insostituibili nel nostro presentarci al mondo: quello che abbiamo da dire e lo stile che adoperiamo. Per quanto riguarda me io entro nel mondo solo se ho qualcosa da dire, la presento, nei modi e nei tempi che posso condividere con i miei corrispondenti e svanisco, appunto nel mio molto discutibile stile. Ma ci sono, viceversa, sempre più inviti ai quali mi sottraggo. Questo mi dispiace e mi turba anche, perchè la ragione per cui lo faccio è solo che sono sopraffatto, spazzato.

2 febbraio 2004

Of my own condition: I am not where I was, neither where I am going.

Mi sveglio, in una fredda mattina del febbraio 2004 e mi accorgo di essere preso per uno che e’ tornato, come se fosse possibile tornare ad un posto che ci ha lasciati, che non abbiamo lasciato, come se il tempo, e lo spazio, fossero qualcosa di dato, come se ci fosse qualcosa, oltre alla personale percezione della propria posizione nel mondo. E mi siedo, con calma nel mio ufficio, in cui non c’e’ un tavolo, una sedia, non c’e’ un telefono, un orologio, in cui non c’e’ carta, ne’ penna. In cui sono solo, definitivamente solo. E sorrido, chissa’ cosa vede uno che mi guarda in questo momento?

2 febbraio 2003

One (thoughtless) argument sometimes advanced is this: “If you can’t stand the heat, get out of the kitchen”. This fails to differentiate between sweating in a busy kitchen, and continuing to work during an arson attack.

Punto essenziale, nella mia vita così povera di scopi, è l’insofferenza per la pressione degli altri. Si tratti solo di arroganza, oppure solo di viltà, io non lo so dire, quello che succede è che non ricordo il momento precedente alla mia percezione del fatto che conosco il mio dovere, che diventa tale quando una domanda è posta. Questo dovere rappresenta tutto, si deve fare quello che si deve fare: un collega, un parente, a volte basta un amico, si distinguono per la capacità, quando è efficace si deve parlare di capacità, di ricordarci quale sia il nostro dovere. E invece credo che nessuno, dico nessuno, ci può dire quel che dobbiamo fare, nè tanto meno imporcelo. Nella mia vita non c’è nessuna disciplina, nessun imperativo, nessun dio che non sia autodisciplina, autoimperativo, il mio Dio interiore. Ma l’insofferenza non è altro che sofferenza inaccettata, e non trovo niente di male in questo.

La mia dolcissima bambina ha sentito l’arrivo del suo piccolo fratello, e se ne sta facendo una ragione, tutto è mutato per lei in questi giorni, perfino il cibo, la sua passione, la interessa meno, e poi la cacca, il sonno, il tono della voce, tutto è leggermente differente. Non c’è una sofferenza, solo un po’ di confusione da adattamento. Non so di cos’altro potrei mai occuparmi, in questi giorni, se non di questi bambini il cui senso e significato sembrano non avere limiti. Di cosa potrei mai preoccuparmi poi, quale miseria, quale povertà, quale pochezza è rilevante davanti alla venuta di questi purissimi oggetti d’amore?

2 febbraio 2002

Giorni difficili ed è inevitabile, credo. Sono così vulnerabile ai pensieri altrui e continuo a stupirmene, sempre così profondamente stupito. Ho davanti agli occhi quello che è perduto ed è difficile separarsi, ma è così irrimediabilmente andato. L’avevamo previsto, in parte, e sapevamo di non avere paura, forse qualcosa se ne deve ancora andare. Forse è solo l’oscillazione fra le due città ad essere così tossica. Forse sono solo un po’ provato.

Vorrei davvero passare più tempo a parlare d’amore, a parlare del mondo reale, a parlare di luce e di aria: se ne potrebbe cantare, no?

Una sola cosa, nella nostra percezione quotidiana, mantiene il primato sull’indefinito piacere della sequenza comprensibile di note intonate nel tempo, e questo è il silenzio. I canali attraverso cui abbiamo accesso a questo spazio così inaccessibile e misterioso sono la melodia, ed il ritmo. Prima del pensiero, la percezione diretta. Prima dell’evoluzione, la gioia.

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