martedì, 09 gennaio 2007

Cosa hai visto, mi chiese il vecchio monaco, anelli, hai visto? Se ci fosse uno scopo unico in termini di esistenza, per tutti noi, la nostra vita sarebbe più facile no? Se dare vita al corpo dell’umanità fosse responsabilità di ciascuna cellula ne vedremo invece delle belle, come la mano sinistra non sappia ciò che fa la destra, o: dite al pilota di diventar l’aereo, e poi chi piloterà l’aereo?

Emanciparsi dalla propria condizione è uno dei grandi scopi degli esseri aspiranti umani. Giusto e lodevole, perfino. Aspirare alla propria condizione è una cosa che capiamo, cui miriamo con una certa continuità, o no. Il lavoro, la costruzione del nostro proprio mondo, la cucina del nostro proprio cibo, servono a preparare la nostra migliore condizione futura, o no.

Ormai mi importa solo dell’opinione di chi non deve più fare carriera, classe che consiste fondamentalmente di due tipi. Quelli che hanno raggiunto la maggiore età, e che vengono guardati alternativamente o anche simultaneamente come residuati e obsoleti rappresentanti di una cultura superata. Quelli che sono stati espulsi dal normale progresso sociale, per una sempre più grande varietà di motivi.

Queste condizioni fanno anche di me un marginale, cosa che naturalmente e culturalmente sono sempre stato. Privo di credenziali e considerato presuntuoso e supponente non ho mai fatto fatica a ritirarmi dal mercato e sfuggire alla competizione. Non che abbia dovuto sopportare un grave conflitto interno ma ci sono cose che non ho mai saputo comprendere: in quale strana maniera mi si possa invidiare per esempio, o per quale perverso motivo si possa essere gelosi di me.

9 gennaio 2004

Anche la prima settimana in questo nuovo spazio finisce di colpo, mentre mi ricordo che il pomeriggio di venerdì si usa vuoto qua in giro. In realtà sarebbe anche il giorno più importante per l’ufficio stampa, ma ammetto che faccio fatica a considerarmi parte di esso. Così appena dopo mangiato, dopo una corsa in macchina che mi sembra più breve del solito e che mi porta nella regione vicina, trovo il sottile piacere di raggiungere i miei bambini che mi accolgono con calore. In giro per il resto della serata, a comprare da mangiare e niente altro: latte, cioccolata e biscotti, prosciutto, salmone e baci.

9 gennaio 2003

Uscito dalla notte, affronterò la nebbia che rimane. Sto attraversando una settimana davvero bassa, nel tono e nell’intensità, come da molto non ricordavo. Ciò che sto notando è come questo sia il sentimento che comunico meglio e più direttamente, Stefania ne viene investita e forse anche la piccola. Il problema della debolezza umana è che essa distrugge gli oggetti più amati.I conti li devo fare con la mia tremolante psiche ed è di autopercezione emotiva minacciata che si tratta, ma voglio dire che in questa giornata di profondo squilibrio ho ricordato con una buona continuità quale sia il punto.

9 gennaio 2002

Toni dice che prima o poi dovrò fare qualcosa per pagare i conti. Penso che venderò la macchina, non dovrebbe essere difficile. Mi pare che il progetto secondario sia sopravvivere fino alla nuova stabilizzazione di un progetto primario nel mondo cui corrispondano almeno due delle necessità fondamentali: guadagnarsi da vivere e apprendere, sono piuttosto convinto che ci sia sempre spazio per la terza necessità, divertirsi. La mia orsetta pare invece convinta che starmene qui nella tana con lei a nutrire la piccola sia un progetto primario: sono d’accordo finchè il futuro non si presenterà, immagino a primavera. È incredibile come il lusso del tempo spazzi via gli altri lussi: lo spazio per esempio, e molto di più il denaro. Devo migliorare la mia percezione del tempo. Ho bisogno di un adesso più lungo, come direbbe Brian, o di un momento presente esteso, come direbbe Robert.

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