GIOVEDÌ, 21 DICEMBRE 2006

E’ curioso incontrare un vecchio amico, certo non mi succede spesso. Un vecchio amico si ricorda cose che tu non hai mai saputo e parla volentieri di qualcuno che tu conosci poco. Bere una birra insieme è una cosa che abbiamo fatto, io e Pierglauco, molte volte, e certo eravamo giovani. Ma io non so nulla dell’uomo di cui lui ha parlato, in effetti non sono mai stato giovane.

21 dicembre 2003

Domenica, brunch a SoHo per cambiare abitudini, mentre mi stupisco profondamente per quanto superficiale sia il modo di abitare la città da parte di questi due ragazzi, che hanno più abitudini di due pensionati eppure si annoiano sempre.

Da parte mia l’unica perplessità riguarda le molte zone del tutto inesplorate, anche solo quelle comprese in Manhattan, perchè da downtown a times square, con un paio di piccole puntate a central park sulla quinta non si può dire che la mia visione sia affatto completa.

Ma l’aria di Soho in sè è sufficiente per dire che ho visto qualcosa, che qualcosa ho capito. Il locale che scegliamo, dopo i tentativi di tagliare corto ed entrare in un posto da turisti, ha tutte le caratteristiche che ci occorrono, e infatti è pieno di americani, a mangiare patate al forno, uova strapazzate, waffel con la frutta e lo yogurt e una atmosfera assolutamente perfetta.

Anche la domenica si rivela molto americana, probabilmente i turisti arrivano la settimana prossima, e lo shopping che non si ferma mai ha qualcosa di paesano oggi, SoHo questo sembra: un paese. Cosi’, progressivamente, ci spostiamo in metro verso l’84th, a piedi verso la 88th: Solomon Gugghenheim museum, assurdo, sproporzionato, irreale, eppure cosi’ definitivamente newyorkish.

È il primo edificio di Frank Lloyd Wright che vedo nella mia vita e l’esperienza ha qualcosa di toccante, non solo per l’esperienza in sè ma perchè continuo a scoprire, in questa mia vita troppo distratta, di avere esperienze un po’ troppo riportate, e di usarle spesso come fossero reali. Il posto non è una delusione però, specie visto dall’interno, perchè l’esterno e un po’ malconcio e non oso pensare alle spese di manutenzione, e forse nemmeno le opere contenute lo sono.

James Rosenquist non è mai stato un eroe per me, la sua magniloquenza infantile ne fanno un icona estranea alla mia infanzia rude e poco illuminata, ma la qualità generale della pittura, che scorro in fretta per capire il senso dell’edificio, non è bassa. Una buffa mostra di disegni di Fellini, niente affatto adattata allo spirito locale, mi porta anche nei corridoi laterali, che, nella loro caratteristica da nave spaziale, completano e concludono. Oggi tocca ai ragazzi la sindrome da disgusto e cosi’ dopo la discesa della quinta sul parco, un altro mondo a sè, con gli edifici più grandi e potenti che potrò mai riuscire a considerare abitazioni, scendo da solo Lexington, in cerca di cuscini per Toni, che naturalmente all’indirizzo indicato da Rocco non si trovano affatto. La strada è lunghissima e la parte finale, a downtown, e buia e abbandonata. Come entrare ed uscire continuamente in mondi differenti e qui sembra che lo sappiano tutti, senza che nulla possa toccare la loro consapevolezza.

Rigugiati in casa, Rocco e Giulia si prendono una pausa dall’agitazione e sembra che si riprendano. Usciamo per l’ultima cena in città e non sbagliamo nemmeno oggi, semplici tacos e fish&chips che, grazie all’enorme concorrenza e competenza del ristoratore locale, sembra non possano scendere sotto un certo livello di qualità.

A dormire con un gradevolissimo pensiero di Stefania, la cui posta riesco ad aprire soltanto alle 11 e la cui mancanza oggi ho sentito fortissima. Domani valigie, altri rituali di completamento e chiusura, ed una nuova partenza, verso un mondo del tutto nuovo.

21 dicembre 2002

A Treviso, lentamente ma inesorabilmente, tendono molte delle mie energie, a budget ragionevole, questa è la città in cui vivrei più volentieri. Accompagno Toni al suo corso, in questi giorni che ci portano ad un Natale che non riesco a riconoscere, e difficilmente ci riuscirò mai.

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