MERCOLEDÌ, 20 DICEMBRE 2006

Si tratta di una convalescenza troppo lunga. Trieste, come l’Italia, come l’intero mondo occidentale si comporta come in convalescenza. Abbiamo perso qualcosa ma siamo convinti che troveremo modo di riparare, certo il mondo che conosciamo non sarà più lo stesso senza petrolio, nemmeno i nostri piani personali saranno gli stessi senza lavoro, magari non avremo tutto quelle belle storie da raccontare sugli anni del liceo. Ma ripareremo, la tecnologia colmerà i vuoti della tecnologia, il liberalismo colmerà il vuoto dell’ideologia.

Sono uscito in città, le strade hanno cessato di essere spazzate dal vento, e mi sono aggirato tra le bancarelle insieme ad ogni buon cittadino. Ci sono artigiani che fanno parte di qualche mondo che io non conosco, giovani ragazze che vendono cappelli, candele, gioielli. Ma quelli che si aggirano toccando tutto senza comprare niente li conosco bene, sono i miei vicini, che sentono la nostalgia di un modo di vivere che non esiste più. Che vibra soltanto nei ricordi di chi non vede più nulla.

Rimane questa deliziosa sensazione del Natale, dell’autentico miracolo: La nascita dell’umano archetipo, libero e responsabile anche per sua madre, per l’intera umanità. Se ci si potesse concentrare sui miracoli autentici la vita risplenderebbe, aldilà della fretta e dell’ansia, del chiasso inopportuno e delle bevute all’osteria (scusate, all’enoteca). Ma i giornali non parlano della straordinaria opportunità che abbiamo di nuovo in questi giorni. Di lasciarci cioè andare al flusso che si svolge nella sostanza che tiene insieme l’universo: il nostro sguardo.

20 dicembre 2003

Di nuovo un weekend newyorkish, che non è affatto una ripetizione, e dopo la tranquilla sosta wi-fi da Starbucks, un momento estremamente confortevole in queste giornate di gelido sole, mi dirigo gentilmente ma fermamente a Soho, all’incrocio fra Mercer e Broome. Il cuore pulsante dello shopping NY si trova tutto intorno ad un isolato forse, la mia consapevolezza di esso, almeno, si ferma qui: intorno all’Apple center.

Cosi’, dopo Issey Miyake, Toys in Babeland, e lo stesso Apple center, talmente pieno di cose gradevoli da riuscire inacessibile, ci rifugiamo di nuovo allo Space Untitled in cui amerei passare molti pomeriggi in futuro e che per ora ci offre ottimi sandwitches.

Rimane molto difficile fare un regalo a Toni: gli anelli e gli altri gioielli che vedo mi sembrano insignificanti, sono più escluso che mai da questi segni preziosi che non riescono ad essere riconoscibili per me. E non c’è niente altro che io riesca a ricordare che la riguardi. Aspetto una ispirazione che forse arriverà, intanto, mentre Rocco corre a casa per tentare un acquisto del suo nuovo portatile al volo, io scendo dalla Broadway tentando di raggiungere la 6th, che mi sfugge.

Ritrovo da Starbucks, e ripartenza, ormai un po’ stanca, per altri vestiti, molto semplici, per i bambini e Stefania, mentre Giulia punta a Giorgio Armani e Rocco tenta di raggiungere Lexington che però è troppo lontana e la rimandiamo a domani. Un nuovo, inedito senso di stanchezza mi assale, come una specie di nausea per tutto questo commercio forse, e mi ritiro verso una doccia e un po’ di silenzio, cosa di cui avverto la mancanza per la prima volta da quando sono arrivato qui.

A cena infine in un ottimo ristorante tibetano sulla 2th avenue, proprio dietro a casa, lo Shangrila, dove troviamo vero tè tibetano con burro di yak e un’ottima zuppa e tempura, da risollevare intestino e spirito. E nella notte che sembra prepararsi a cominciare, come se il nostro tempo qui non stesse per finire, scivoliamo in un sonno molto desiderato, e meno agitato della notte precedente, spero.

20 dicembre 2002

Una silenziosissima giornata, tra tutte queste giornate di cui non so più fare a meno. È davvero il silenzio la cosa che io desidero in questa vita, e non mi posso lamentare, quando ho chiesto di essere lasciato in pace sono stato ascoltato. Scivolo lentamente tra le diverse stanze di questa casa dorata, riconoscente e riconosciuto, mentre la luce scivola morbida sui muri.

Il senso principale dei miei esercizi in questa città riguarda la luce, e quella intorno a questa casa in particolare. La quale mi possiede molto più di quanto io abbia mai posseduto nulla. Una particolare qualità di luccicanza la avvolge, e avvolge me quando la abito, qualcosa che tocca i punti più essenziali del mio essere, dei quali dovrei sapere qualcosa di più.

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