martedì, 19 dicembre 2006

E’ così profondamente diversa la mia vita in ufficio, con tutte le reti attive e il viavai di domande ed offerte. Non è banale nemmeno alla mia età, mentre mi misuro con le varie sindromi giovanilistiche di competizione e pionierismo. Non sono mai stato paziente con i giovani, nemmeno da giovane, e certo non sono mai stato giovanile. La cosa bellissima di questa nostra epoca è che i giovani non si devono più occupare dei vecchi, non devono assisterli, non devono nutrirli, nemmeno tecnicamente. La cosa orribile di questa nostra epoca è che i vecchi non hanno nessun interesse per i giovani, che sono noiosi e vuoti.

E’ così poco interessante muoversi in mezzo alla gente senza avvertire che una vaga, indistinta presenza umana. L’amore che provo per ogni vibrazione umana viene dissolto, disintegrato da questa assenza, e mi avvio sconsolato verso casa. In fondo la tristezza che provo è tutta dovuta a questo fallimento: non sono riuscito a trasmettere l’amore che provo che ai miei figli, e non sono nemmeno sette, il numero minimo per avere accesso al cielo successivo. Il mio esempio non è sufficiente nè necessario per nessuno che non mi debba la vita

19 dicembre 2003

Ultimo giorno di lavoro per Giulia e primo della mia nuova settimana a NYC, NY. Molto più calma la mattinata che se ne scorre tra Starbucks e la rete, Barnes&Noble e decine di riviste e una ormai usuale risalita della Sesta Ave. Decidiamo di separarci, per la prima volta, e mi dirigo da Sam Ash per meditare sull’opportunità di acquisire un microfono stereo per il mio DAT ed una cuffia robusta per lo stesso.

Ma nei negozi della 48th un nuovo, chiaro segno dei tempi emerge, questi oggetti non hanno più il significato che hanno avuto per vent’anni. Il loro uso è oramai troppo limitato, ed il loro fascino è ormai troppo ridotto. Il mio sorriso è forse un po’ amaro mentre velocemente scendo la 4th ave per tornare ad Astor Place, ma certamente il mio animo è più leggero.

Rimane invece del tutto sospesa la mia riuscita con i regali che forse dovrei riportare: non c’è molto, qua in giro che sembra veramente appartenere al luogo stesso. Il cibo, ovviamente, è del tutto internazionale, i vestiti lo sono altrettanto ma quelli di qualità sono italiani, quelli davvero americani sono abiti da lavoro e, per quanto io li abbia sempre indossati e amati, riguardano veramente solo me. Vestire Toni e Stefania da me stesso non credo sia quello che amerebbero di più.

Rimane Tiffany, ma temo che sto scherzando, un paio di notevoli distributori di pupazzi i plastica sull’orlo dell’artigianato, il negozio di articoli semi artigianali del MOMA e uno splendido “Toys in Babeland” che scopriamo a SoHo e al quale penso per il resto della serata: l’unico sex shop visto nella mia vita che potrà essere ricordato: gestito da donne possiede una qualità curiosa ed insieme assolutamente spiritosa che mi sembra rara. Underwear di pelle e oggetti protundenti adatti ad ogni tipo di cavità che sono belli, morbidi, attraenti. Un negozio in cui si vendono oggetti adatti al sesso: del tutto inedito.

Dopo un fruttuoso ritorno da B&N mi procuro uno studio sul Davis elettrico, una biografia sui mai dimenticati Talking heads e il classico libro di Kevin Kelly: Out of control. A cena con Giulia, in un locale su Lafayette assolutamente americano, il Time Cafè, in cui dopo un’ottima insalata in una sala buffamente marocchina, ci dedichiamo ad una delle poche specialità locali che riconosco: il Cosmopolitan.

19 dicembre 2002

Durante la mia ricognizione esterna durante la mattinata, in cerca di qualcosa che si identifichi con questo sentimento natalizio che vedo intorno a me ma che non riesco a respirare, ho improvvisamente realizzato che di aver completamente dimenticato la prevista visita al Teatro Miela Reina per il compleanno di Svevo: non essendo affatto in ritardo su nulla ho pacatamente deciso di non badarci affatto, sicuro di non fare un torto a nessuno.

So benissimo che la sala era completamente vuota, mentre gli officianti il rituale della lettura ad alta voce dell’intera “La coscienza di Zeno” si alternavano sul palco, e questo non ha turbato affatto il mio stato d’animo. La realizzazione si è felicemente completata con la consapevolezza che il mio intero coinvolgimento con la non-idea rappresentata dalla non-comunità del Miela non mi ha mai riguardato affatto.