LUNEDÌ, 11 DICEMBRE 2006

Mai stanco di alienarmi simpatie col mio rantolare megalomaniaco da lunatico, devo dire che apprezzo molto che i cani che governano all’opposizione vengano mostrati qualche volta per quello che sono veramente e che molti non possono vedere. Le reazioni scomposte in cui fatalmente cadono sono sufficienti di questi tempi ed è abbastanza fare attenzione, a perdere la pazienza tattica ci sveliamo tutti, loro hanno molto di nascosto.

Una buffa manifestazione ieri a Trieste, apprendo dai giornali, pretesto l’abuso compiuto ai danni di (una o più) panchine in Piazza Venezia. Le stesse sono state rese inagibili (segate!?!) dall’assessore comunale ai lavori pubblici, forse di persona. Mobilitato il nostro eroe nazionale Paolo Rumiz, più di un mese fa sul Piccolo di Trieste non aveva ottenuto che un mormorio silenzioso ma diffuso, ieri questo mormorio si è svelato nella sua consistenza culturale: manifestazione di piazza.

Fin qui tutto bene, ottime indicazioni di solidarietà, in via di principio, da parte di ottimi e noti individui: ovvia la relazione con Rumiz, la cui credibilità è evidentemente sopra le parti, ma anche una curiosa solidarietà con questa sventurata città nel suo insieme, specie con le sue parti meno alla moda. Ma la parte migliore sta sui giornali di stamattina, appunto a registrare le reazioni spontanee di questi aspiranti picchiatori e sceriffi alla Gentilini.

Insomma, le reazioni scomposte in pubblico sono l’estrema ratio cui di solito non siamo esposti. La tattica di comunicazione per cui ad essere sorridenti ed ottimisti si vincono le elezioni ha dato luogo ad un digrignare di denti e alla pubblicazione della propria autentica ideologia, esposti alla quale sono di solito solo i collaboratori e gli addetti ai lavori. A me francamente basta questo, spingere tutti a farsi vedere per quello che sono sarebbe del tutto sufficiente. Forza, giornalisti d’Italia.

11 dicembre 2005

Dei molti modi in cui si puo’ vivere questa citta’, quello del turista e’ davvero il piu’ alieno. E’ probabile che ci siano differenti specie di turisti, che ce ne siano di qualificati e di motivati, ma non credo si tratti piu’ di turisti. Quello che dico io tratta tutto come un parco di divertimenti, in cui dare un’occhiata, all’americana, riesce ad essere il senso piu’ profondo immaginato.

Percio’ la visita all’Empire, o a Liberty island, il brunch nel village e gli hotels appena fuori da Park Avenue sono un risultato in se’. Non e’ un attitudine alla quale penso spesso, probabilmente me ne vergogno un po’ ma la domenica in cui usciamo oggi sembra proprio quella del turista casuale.

Non che un’uscita nel porto sia disprezzabile, ne’ che il senso di Manhattan vista da fuori sia poco rilevante. probabilmente l’altezza dell’Empire ed il distacco di Liberty island riescono davvero a fornire una visuale nuova sulle cose familiari ma occorre davvero saperle usare.

La nostra liberta’ di movimento nel mondo e’ solo apparente. Per penetrarlo occorre un impegno che nessuno puo’ prendere leggermente. Quella che noi chiamiamo un po’ confusamente cultura e’ in realta’ il risultato di un lavoro durissimo che non si puo’ davvero consigliare leggermente e capisco che ci si possa sentire esclusi.

Chiunque creda di poter attraversare il mondo come se fosse una gita ha comunque modo, dal mio punto di vista, di essere lasciato in pace. Ma e’ davvero un peccato, le cose che si intravedono attraversando queste strade sono davvero uniche e speciali, andrebbero stanate e osservate con cura perche’ molto di quello che incontro qui si vede solo qui: Attori e musicisti si riuniscono proprio a Manhattan, in pochi isolati, per rappresentare l’intero enorme mondo che hanno visto e conosciuto, ristoranti e bars riuniscono in spazi ridottissimi conoscenze e modi che sanno di storia umana, di cultura dell’amore e dell’attenzione.

La straordinaria potenza di questo luogo fornisce spazio, ospitatilita’ ed autentica solidarieta’ ad esseri umani ricchi, nobili, incredibilmente utili nel loro saper definire mondi interi in un piccolo condominio, in una poverissima strada. E di nuovo, in quale altro posto, uscendo in una qualunque Madison Avenue, attraversando una folla indistinta che pigramente si rivolge al suo shopping preferito puoi incontrare David Bowie con Iman e la bambina?

11 dicembre 2003

Un certo nervosismo per la chiusura del programma, chiaramente avvertito già la mattina presto, mi accompagna mentre mi preparo. Ho già sentito passare il picco massimo, e sarebbe bello poter fermare gli eventi nel punto ideale, dove il lavoro è completo, concluso, finito: invece non rimane che cominciare un altro lavoro, senza che nessuno avverta la nuova natura emersa e quindi molto difficilmente possa comprenderla e seguire il nuovo corso.

Mi domando, mentre la giornata scorre, a quale punto, nella costruzione di un gruppo di persone, possiamo arrivare in questo modo poco chiaro, lento, inespresso. E soprattutto quale sia la mia responsabilità, che intuisco essere definitiva, nelle mancanze e omissioni.

Se solo potessi permettermi di essere meno tracotante, vorrei poter lasciare spazi vuoti, indefiniti, nello spazio condiviso voglio dire, non solo nel mio interno. Invece l’ansia generata dal vuoto, perfino dal silenzio diventa uno spazio popolato da mostri.

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