GIOVEDÌ, 07 DICEMBRE 2006

Mi riesce difficile resistere al commento alle parole di Montezemolo pronunciate alla Scuola superiore di amministrazione del ministero dell’Interno. Non che io mi curi particolarmente di un vanitoso ed ambizioso rappresentante della classe pseudoimprenditoriale, ma mi rendo conto che il suo pensiero è stupidamente condiviso, perfino da giovani laureati a spese della comunità e che non hanno nessun interesse per la comunità.

L’annoso problema delle corporazioni non può essere compreso infatti se non si chiarisce quale sia l’opposto delle corporazioni stesse: la comunità. Opposto non significa affatto contrario, ma piuttosto necessario all’equilibrio, etico in questo caso, e per un’esistenza rinnovabile.

In questo caso particolare a parlare è quella speciale parte della popolazione che, in quanto capace di convincere persone qualificate ad organizzare una squadra di produzione e lavoro se ne assumono per intero il merito, come se fossero imprenditori.

Corporazione, sinonimo di fascio cui forse si dovrebbe sostituire come definizione, è un oggetto su cui gli americani hanno speculato per più di cento anni. In Europa significa una strategia sociale più precisa e molto più rodata. Le arti ed i mestieri si riunivano in corporazioni per difendere i propri speciali diritti, infatti nessuno le tocca finchè si occupano dei propri affari, finchè non vanno a toccare i diritti delle comunità.

Perchè le corporazioni sono per definizione in mano a pochi. E i pochi sono al servizio delle comunità, poi viceversa. Si chiama democrazia. Specialmente quando questi pochi detengono gran parte del reddito di comunità. E poi mi fermo se no mi si da del comunista, che sarebbe il massimo per me. Le corporazioni storiche ebbero come scopo la gestione dei servizi comuni, delle scuole, degli ospedali, dei ricoveri, strutture che ora sono in mano allo stato.

Oggi una corporazione deve conformarsi all’etica stabilita nel passaggio da: difesa dei diritti degli stockholders a quella degli stakeholders a quella degli shareholders e quest’ultima definizione è quella che ci interessa. Se gli Shareholders siamo noi allora siamo parte della corporation e dobbiamo vigilare.

Se gli shareholders non siamo noi, viceversa, dobbiamo accertarci che non siano i nostri domini a venir lesi e dobbiamo vigilare.

Ma il meccanismo che regola la speculazione è semplice e preciso ed è basato sull’idea che la corporation, l’impresa, il mercato, creino ricchezza.

L’abuso è questo: il mercato si occupa di distribuire la ricchezza e lo stato di ridistribuirla. Nessuno, nè le imprese, nè gli stati, nè tantomeno le grandi corporation possono creare ricchezza.

Nessuno può: la struttura economica di un paese consiste di diritto allo sfruttamento delle materie prime, della loro trasformazione e della loro distribuzione. Materie prime e lavoro, dall’acqua alla Ferrari, appunto. La metafora orribile (la burocrazia che frena) che Montezemolo usa la dice lunga sulla sua intelligenza e cultura.

Forse Montezemolo auspica una Ferrari senza freni, come quelle che fino agli anni sessanta se non vincevano finivano sfracellate insieme ai loro piloti. A decine.

7 dicembre 2005

Stylish Influential People. Una strana insolubile giornata, dopo una notte rumorosa ed agitata. C’e’ stata una specie di svolta nella nostra uscita per colazione, in cui ci siamo abbandonati al flusso locale a Chinatown. Il cibo e’ stato ottimo, ottimo il prezzo e all’uscita niente era piu’ lo stesso.

C’e’ un grande piacere a visitare SoHo, pulita ed elegante, le sue gallerie e i suoi negozi in cui le cose esposte sembrano (senza esserlo) oggetti d’arte. Posso vedere, da qui, l’intera consistenza della cultura NY. E mi sento bene, curato ed assistito. Ma non e’ cosi’ in molti altri luoghi, luoghi per turisti forse, anche se qui i turisti sembrano fuori luogo dappertutto, ma scomodi e sovraffollati.

Chinatown e’ l’esempio piu’ controverso, nel senso che tutto qui sembra uguale ai peggiori posti della citta’ eppure qualunque aspetto formale, il caos, la sporcizia, il traffico, la marea di gente qui sembrano naturali, o quasi. Altrove invece gli stessi elementi sembrano incarnare il peggior luogo per l’umanita’. Non e’ cosi’ semplice e ripeto: la giornata e’ insoluta.

Ricevimento (private party) da Sotheby la sera, e ogni aspettativa e’ sospesa, sia nei riguardi degli oggetti in asta che nell’intera popolazione presente. Ci sono Architetti, collezionisti, donne sole, pochi sfaccendati, una generale aria di intesa interna. Una curiosa aria di sospensione e’ quella che caratterizza la mia presenza intera.

Rocco e’ perplesso, forse anche avvilito dalla sua incapacita’ di incidere sul luogo. In realta’ la sua intera posizione dipende da Giulia, non solo la sua presenza qui, ma anche il suo stato emotivo, la sua energia, la sua capacita’ di contare su se stesso.

Francamente mi sembra troppo ma in questo momento della mia vita sono sospeso anche su questa visione, e non traggo conclusioni. Un grande silenzio da parte di Giulia stasera, e a me passa completamente la voglia di mangiare. Una strana insoluta giornata.

7 dicembre 2003

Don’t do this unless you have to.

Una gelida domenica d’autunno inoltrato, davanti alla quale un grande sentimento di pace mi invade, come se fosse finita la pena di quest’anno, come ha giustamente rimarcato Stefania. Molto concentrato sulla parola fine, sto pensando alle opportunità splendide che Gabriele mi ha procurato: quella di investigare un gruppo di lavoro nel quale era lecito avere fede, per esempio, quella di misurarmi di nuovo con il lavoro di gruppo, e quella di fare appello al mio fuoco interno perché aspettarsi qualcosa è impossibile, infine.

7 dicembre 2002

Nessuna notizia di Moreno e del mio nuovo disco rigido, dovrò misurarmi per sempre con il nostro provincialismo mercantile; la mattina scorre così a riordinare.

C’è uno spazio enorme della mia vita che se ne va nel semplice e puro riordinare un archivio, che diventa nondimeno sfuggente ed evanescente col passare degli anni.

Si potrebbero dividere le giornate in giornate creative, quelle in cui qualcosa di creativo entra nella mia vita, nel mio lavoro, quelle in cui lavoro per dare a questa creazione una sostanza mondana, a volte visibile, spesso perfino udibile, quelle infine in cui quel che mi trovo in mano deve essere ordinato, classificato, perché possa esserne trovata traccia, prima o poi. La giusta sintesi consisterebbe nell’organizzazione degli oggetti d’archivio per dare forma all’opera unica del momento, quella che vorrei lasciare un’ora prima di morire.

A Pranzo con la mamma comunque, e senza cena con Stefania, in mezzo a molta povertà.

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