MERCOLEDÌ, 06 DICEMBRE 2006

La retorica, ossia l’organizzazione e l’ingranaggio del sapere, esige questi utili uffici: essere esperti del reale, partecipare alla tavola rotonda permanente sulla società e sulla vita, rappresentare a tempo pieno l’istituzione letteraria. Ma la poesia, ci ricorda Magris ricordando Michelstaedter, ha a che fare con la persuasione ovvero con la ricerca, riuscita o fallita, di possedere la propria vita e di guardarla in faccia senza preoccupazioni diplomatiche.

Il bellissimo libro di Claudio Magris “l’infinito viaggiare” mi pare destinato ad essere il necessaire per il povero scrittore in viaggio del XXI secolo, così incapace di intendere i dettagli di ciò che velocemente intravede. Magris ci suggerisce l’escamotage definitivo: essere radiati dall’albo, rinunciare alla propria funzione sociale speciale, alla costrizione a cautele, doveri, misure, compromessi, rispetti umani, arrotondamenti e sfumature.

Lo scrittore non può incarnare nulla, ci spiega lievemente Magris, neanche una tendenza o un mondo poetico, che sono autentici solo finchè egli li esprime così come li vive, senza preoccuparsi di che cosa succederà loro, di quale effetto essi avranno nella realtà.

Uno scrittore scrive (adesso dico io) perchè questo è il suo tratto di decifrazione della realtà, perchè vuole definire una realtà sfuggente anche a sé stesso, poggiarvi i piedi, usando come pretesto il raccontarlo ad altri.

Per conto mio uso come mi piace il detto triestino raccontato da Magris nello stesso libro: “cicio no xe per barca”, beninteso per definire gli incompetenti, assumendo senza meno il ruolo del cicio. Aderisco volentieri alla “minoranza più piccola d’Europa” e mi iscrivo alla scuola del maestro Glavina, durata così poco per mancanza di altri maestri. Passerei volentieri qualche notte insieme alla donna che, dopo aver raccolto ortiche e dormito sui gradini della chiesa, vedeva le streghe radunarsi nel vuoto del lago d’Arsa prosciugato.

6 dicembre 2005 ore 21.55

Deep, deep Downtown. Inesorabilmente verso il Financial district, lungo Chinatown e in fondo a Center St, a misurarsi di nuovo con una Ground Zero che non contiene piu’ nessuna particolare energia di reazione. Nei mesi successivi all’Evento qua intorno si era sviluppata una Nuova Comunita’, come a tentare di recuperare la memoria dell’antico spirito locale, e con un certo successo anche, ricordo molto bene Laurie Anderson che ne parlava.

Poi una lunga meditazione sul senso della mitologia Americana sembrava aver riempito tutto lo spazio. Oggi l’intera area e’ svuotata, come invisibile, e si puo’ soltanto immaginare cio’ che sara’: ho visto una planimetria in cui e’ evidente che nello spazio che le torri occupavano non si costruira’ mai nulla.

Questo continua a sostenere la tesi originaria, le torri o cio’ che ne rimane o cio’ che simbolicamente e’ ancora li’, non possono permettere l’occupazione dello stesso spazio, proprio perche’ ancora occupato. La forza dell’edificio crollato riempira’ ogni momento locale ancora per moltissimi anni, e questo, in termini di effetto della presenza dell’energia umana e’ la cosa piu’ significativa.

Continuiamo verso il Pier 17 in cerca di cibo, infine lentamente risaliamo tentando di evitare la Broadway e lo spirito energico della mattina non si disperde affatto. Occorre misurare molto bene i passi ed i percorsi, ogni cosa si moltiplica in questa citta’: intenti creativi e distruttivi raggiungono dimensioni sempre impressionanti.

MARTEDÌ, 6 dicembre 2005 ore 9.31 ny

Il senso di abitare NYC oggi e’ elusivo e frammentato. La citta’, vista dalla lower east side o da York Avenue sembra profondamente differente e sconnessa. Viceversa i tratti di connessione emergono non appena ci si applica ad una qualunque commissione, nel senso che si scopre facilmente che l’una non potrebbe fare a meno dell’altra. Certo probabilmente non si tratta piu’ delle disordinate tensioni di cinquant’anni fa ma e’ sicuro che una energia nutre l’altra reciprocamente, senza mai che l’una possa fermarsi o l’altra rompere le connessioni.

Qui ci abita davvero molta gente, lo stress ambientale ed anche la semplice pulizia delle strade la rende associabile solo alle megacity di cui parla la demografia: Il Cairo, San Paolo, Calcutta, citta’ con le quali ha in comune lo spaventoso e continuo flusso di immigrati che non sono piu’ una proiezione statistica quando abitano la strada o addirittura la porta accanto. E’ buffo quanto siamo anche noi immigrati, ed in fondo a parte Uma Thurman e Lapo Elkann, siamo tutti piuttosto illegali.

Le opportunita’ pero’ sono straordinarie. in senso educativo soprattutto ma forse anche molto di piu’, personalmente non sono in grado di vedere. Quello che mi chiedo e’ quanta preparazione e qualificazione sia necessaria, perche’ a me pare molta. Altrimenti, se non si e’ preparati, e si e’ privi di una comunita’ di sostegno, qualcun altro deve pagare.

6 dicembre 2003

Un sabato di intensa immobilità, con molte ore passate a letto, ed è impressionante constatare la mia scarsa resistenza alla fatica, perlopiù psichica, che questo programma implica. Molto riposante e chiarificatrice comunque, questa sospensione nel tempo e nello spazio si deve avviare ad un completamento essa stessa. Il richiamo alle armi di Angelo consiste soprattutto del superamento di questa empasse veneta, nella quale sono sprofondato, come in una palude, senza la capacità di resistenza di cui avrei avuto bisogno. Nessuna particolare recriminazione, solo gratitudine, ma ora deve bastare.

The creative process is utterly mysterious.

It is magical, unknowable, indefinable.

The creative process is concrete.

It is know-able, do-able, feel-able, available.

Both these statements are true.

Both these statements are contradictory.

Unless we embrace and hold these two equal truths,

we are not part of a creative process.

That is, we are not part of the creative process.

That is, we are not part of the process of Creating.

6 dicembre 2002

A cercare nastri video, e con un certo successo anche, nei cassetti mai dimenticati di pura origina Luxa. In un solo giorno, l’anno passato, ho intervistato Vittorio Gregotti, Mario Merz e Vittorio Sgarbi, e ancora la giornata non era finita. È un po’ doloroso ricordare a quanto impegno, e a quanto successo, e a quante amarezze Luxa ha permesso di entrare nella mia vita.

Parto per il QG, per incontrare Gino D’eliso, l’antico cantante scrittore di quando avevamo meno di vent’anni. Pensavo da un po’ di condividere qualche idea con questa persona che ricordo arruffata e superficiale ma che speravo avesse maturato qualche buona visione con il passare degli anni. Così non è stato, così non è.

Il punto, naturalmente, sta altrove e di questo si parla nei miei (abbastanza) continui incontri con Gabriele: per parlare di noi, per andare avanti, per riconoscerci (prima di ogni altra cosa) fra di noi, abbiamo bisogno di qualcosa in cui affondare le mani, un archivio, appunto, che certifichi in qualche modo meno che irrisorio il lavoro compiuto. Non mi lamento, abbiamo speranze. La sera da solo mentre Toni è a cena da Skabar, come nei tempi migliori, insieme ai suoi colleghi e qualche strano individuo.