martedì, 28 novembre 2006

L’ambiguità del linguaggio è una condizione necessaria. Essere categorici, come io sono spesso, è una funzione professionale, quella valida nel momento in cui un discorso va chiuso, una decisione va presa, una opinione espressa. Non è affatto interessante per la vita creativa. Essere fermi nella propria visione e utili nella propria comunicazione non è in contraddizione. Ma il discorso andrebbe fatto.

La distinzione fra vita creativa e vita professionale non è facile da intendere. Ma è molto pericoloso fare confusione, occorre mettersi d’accordo sui termini, come sempre. Per esempio, come in questo caso, è una questione di comprendere i principi, l’unica cosa su cui dobbiamo stare all’unisono.

Non c’è nessun bisogno che creiamo gli stessi oggetti, non è necessario usare lo stesso punto di vista, anzi da parte mia credo che l’unica cosa utile da fare sia quella che nessun altro fa. Esiste una tecnica armonica, verticale oltre che orizzontale, esiste la poliritmia, e poi la concertazione. Quando la cosa da dire è stata detta il silenzio è insuperabile.

Non sono preoccupato di non venir capito, non sono abituato a capire. Quello di cui mi occupo è la comprensione, nel migliore dei casi la compassione. Per sperimentare la praticità di tutto questo è necessario cantare: di fronte alla tensione necessaria per la produzione di suono cantato, le solite protezioni si rilassano, ed i cuori si aprono.

Quello cui veramente aspiro è l’intesa comune. La definizione accurata di uno scopo comune. Il processo di tensione verso questo scopo, che per essere vero deve essere bello e importante e deve essere inteso come tale da tutto l’equipaggio, da luogo all’affermazione di quello che veramente mi sta a cuore: la costruzione dell’intelligenza e della sensitività umana.

lunedì, 28 novembre 2005

Ancora acrobazie, mentre l’anno si avvia ad un’altra conclusione, complici le prossime vacanze e le successive feste. Molto differente la mia sensazione di familiarità oggi, del tutto uguale il senso di una realtà immaginaria che mi comunicano i miei coinquilini. Ma la notizia dal fronte contiene una insondabile novità.

28 novembre 2003

Una notte breve e piuttosto serena, dopo il circo di ieri sera, e subito dopo il mio esercizio, accompagnato dal un leggero dolore alla schiena, di nuovo, una telefonata da Angelo, con un tono nuovo, inatteso. Niente di particolare ma pare abbia deciso di vedermi, non voglio speculare prima di averlo incontrato. Dopo tutte le sciocchezze su di lui che ho sentito in questi giorni non sarà facile nemmeno per me. Intendo aprire il mio cuore, per uscire da l’infernale empasse in cui sono scivolato. E rischierò di nuovo la mia salute.

Così, sceso il buio, me ne sono salito, umilmente, verso la casa del mio vecchio amico, che così tanto ha potuto arricchire la mia vita e così tanto renderla inutile, inappropriabile. E un amico ho trovato, mai lucido ma sempre accogliente, mai familiare ma sempre attento, mai capace di stare da solo ma sempre, completamente, solo.

28 novembre 2002

Ancora a Trieste, impotente di fronte al grave inquinamento dell’aria in cui una grande parte della mia famiglia si trova immersa. La Dow chemical è responsabile di molto, nei confronti della popolazione di Marghera e dintorni. Io sono molto più responsabile di essa stessa nei confronti di tre persone che amo in modo speciale. Ma la mia speciale qualità di impotenza non troverà altro spazio nella mia sovraccaricata mente.

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