venerdì, 24 novembre 2006

Come andrebbero definiti questi ragazzi che usano le grazie dei potenti per procurarsi un posto sicuro? (e che cos’è un posto “sicuro”?). Mi riesce difficile definire fascista una ragazza, una ragazza aderente al regime si deve definire sicuramente in un altro modo ma non saprei quale. Ci sono le mamme fasciste, le nonne fasciste, le zie fasciste, ogni buon fascista ce l’ha, ma le ragazze?

Ho riascoltato con piacere il podcast dell’intervista barbarica a Mauro Corona, scultore alpino letterato. Uno strano caso di apparizione televisiva, naturalmente non connivente, di quest’ottimo individuo. Corona è profondamente colto, nel senso di sapiente, fermo e compassionevole, doti rarissime nei contemporanei, e la sua dizione è quella di un vero scrittore.

Io penso che la sua vita sia stata difficilissima PER questo, non soltanto è diventato quello che è perchè la sua vita è stata difficilissima. Ogni carattere autentico è in qualche modo un carattere difficile, la sua proverbiale inaffabilità ne è segno nobilitante.

Bisogna leggere i libri di Corona, forse i giovani non sono più capaci di comprendere a fondo Buzzati, e nemmeno Rigoni Stern, forse Primo Levi è davvero inaccessibile, si può tentare con Corona, che possiede qualcosa per toccare il cuore di chi è diffidente con la letteratura. “Le voci del bosco” è probabilmente quello da cui partire, ma raccomando di non fermarsi lì.

Corona è un radicale esempio di spirito naturale consapevole incarnato, che conosce l’umiliante contesto quotidiano con la natura, che conosce le relazioni vere fra esseri viventi, feroci e pietosi, che conosce l’ebbrezza mistica e metafisica delle vere altezze. Che non scambia il vino con il pane ma che riconosce il sangue ed il corpo del vero Cristo.

giovedì, 24 novembre 2005

“Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect.” – Twain

Perché dobbiamo liberarci dei modi di visione romantica, e dobbiamo farlo subito, parte I

Il moto di progressione del linguaggio artistico ricava una spinta enorme dalla rivoluzione industriale illuminista e pragmatica. Come a voler compensare l’agghiacciante incedere dell’automazione si immagina, dandole ampiamente voce, una rinascita pseudonaturalistica. La tempesta e l’impeto teutonici sono precedute, come ormai siamo sempre abituati a constatare, dalle arti e mestieri riformate in Inghilterra.

Lo spaventoso stato in cui vengono a trovarsi improvvisamente le città inquinate dai fumi del carbone, così ampiamente utilizzato nella nuova struttura di produzione, genera una reazione uguale e contraria che si realizza nel recupero di bei tempi andati immaginari che, allora come ora, certamente non sono mai esistiti.

Se il punto di sostegno illuminista consiste principalmente delle “sorti magnifiche e progressive” della vita dell’uomo industriale, quello romantico risiede tutto nella conservazione di uno “spirito” umano, ribelle ed indipendente, che di umanistico non ha più nulla.

La nebbia romantica trova tutta la sua giustificazione nella grotta illuminista, in cui le invenzioni da miniera: la illuminazione artificiale, i meccanismi di sollevamento e da discesa, l’aereazione forzata più tardi, vengono spacciate per conquiste progressive.

In questa nebbia una nuova mitologia si esplica: l’uomo solitario, negato e per questo vincente, incompreso e per questo più valoroso incarna un eroismo perverso, invertito, come se si desiderasse da tempo di sostituire il valore umano di cavalleria e nobiltà con il suo contrario, l’individualismo egotistico. Proprio quanto occorre, solo un poco più tardi, per organizzare le mostruosità naziste.

Perciò il linguaggio di cui ha proprio bisogno la classe dell’acciaio e del carbone è il linguaggio romantico, il linguaggio dispassionato e crudele della morte giovane, del buio fulgore delle potentissime macchine, dell’alienazione come gioia suprema. Ed è un linguaggio che ha una formidabile presa sulle impressionabili menti di massa stranite ed intossicate. Un moto di forte ed irresistibile discesa dalla luce delle campagne in cui si svolge un non più sostenibile lavoro duro, verso la liberazione dei capannoni sotterranei.

In cambio abbiamo vestiti di cotone e poco altro, posate di metallo a buon prezzo, infine case di cartone e plastica. E un’arte che ha risuonato immensa, con la stessa potenza delle macchine che la sostenevano senza darlo a vedere, nei corridoi di comunicazione interrati, nelle paludose chiese dei nuovi culti, buie e tempestose. La civiltà illuminista e romantica, la civiltà della produzione di massa, è la civiltà dello sterminio di massa.

24 novembre 2003

Così come temo di venir dimenticato in questo inesistente angolo di mondo, così temo di voler essere proprio dimenticato. Non ci sono segni che dicano in modo credibile che da quaggiù verrò tolto, perché mi chiamano altrove. Ma questo è lievemente inquietante, perché i miei piccolissimi bambini vogliono uno spazio differente per crescere, un po’ più lontani da questo modo di essere ed un po’ più vicini alla luce.

24 novembre 2002

Pioggia incessante, ed è impossibile uscire con la bambina, ce ne stiamo chiusi in casa e improvvisamente, alla mia età, capisco quale sia la normale necessità di una famiglia normale. C’è bisogno di una casa in cui sopravvivere alla tristezza invernale, di una cucina in cui stare insieme al caldo, di una camera da letto silenziosa al riparo delle turbolenze psicoelettromagnetiche di qualsiasi tipo, di spazi in penombra per ricostituire gli equilibri personali. Mi chiedo come ho passato tutti questi anni, da solo dentro alla mia mente?

Stefania fa così tanta fatica a reggere questa splendente difficoltà che non so proprio come supportarla. Naturalmente le depressioni durano molto poco, ma sono estremamente istruttive.