sabato, 18 novembre 2006

La violenza, nell’accezione estesa, rappresenta un aspetto della vita umana, non solo contemporanea, che ha una urgenza speciale.

Personalmente considero accettabile ogni disposizione umana, soprattutto la stupidità e la presunzione, così come la mimesi e la competizione, fino a che non entri in gioco la violenza. Così ogni politica umana è comprensibile, finchè non dà luogo a violenza. La violenza è fuori dal dominio dell’umanità, essa ci rende subumani, o contrari all’umanità.

Esiste una forma di violenza per così dire religiosa, comunque di natura sociale, in cui il beneficio della comunità deve essere mantenuto a spese dell’individuo.

Come Girard ci ha spiegato, tale meccanismo funziona specialmente bene quando questo individuo è innocente, come un capro espiatorio in una società priva di un sistema giudiziario autorevole, la responsabilità della cui esecuzione non ricade in particolare su nessuno. Questo meccanismo che può sembrarci alieno non lo è affatto per la nostra società.

Se una comunità, dice Girard, non ha i mezzi legali e politici che le consentano di affrontare divisioni e agitazioni interne, avrà una irresistibile tendenza ad addossare la responsabilità dei suoi problemi ad uno o pochi individui a portata di mano.

Prima del sistema di diritto vige la vendetta, in un sistema di specchi universale che deve essere interrotto da un intervento autorevole. Se la necessità si trova al di qua del bene e del male, si può comprendere facilmente da dove venga la giustificazione.

La violenza è il segno sicuro dell’avvenuto ingresso del male tra di noi. Essa è la prima manifestazione della sua presa di possesso del territorio, dell’invasione, l’intrusione dell’avversario.

Non c’entrano aggressione e nemmeno ferocia, ora si tratta di crudeltà e malvagità. Non c’è violenza che non sia gratuita, senza scopo se non quello di distruggere la vita ed ogni segno di vitalità. La violenza produce solo morte, la morte dello spirito, del desiderio umano di vivere.

Le responsabilità umane consistono dell’attenzione, della consapevolezza, in mancanza di queste la violenza può entrare nel mondo.

Le libertà umane consistono dell’accettazione, e della resa, all’impulso che di volta in volta si avverte. Gli esseri umani sono capaci di oltraggio, di vera offesa, di crimine e di misfatto, e pure sono capaci di resistere a tutto questo. Ma spesso la discriminante sta solo nel sapere. La natura della vita umana non comprende la violenza.

Esiste un circolo di guarigione da cui gli esseri entrano ed escono, la soglia è la grazia di Dio opposta alla disgrazia, anche se la condanna, l’espulsione, deve essere riconosciuta dall’individuo oltre che dalla comunità.

La condanna a morte rende la violenza legale, ed accettabile dalla comunità, il segno che la dimensione in cui la violenza è riuscita ad entrare ha superato molti limiti. Avviene allora che I giusti sono condannati, i colpevoli onorati.

18 novembre 2003

Appreciation is quieter than complaint.

Una impressionante, insopportabile forma di nervosismo stamattina, dovuta all’assenza del mondo, ma che mi toglie il fiato. Come se una minaccia si avvicinasse, da chissà quale passato. Le cose hanno smesso di funzionare in questi giorni: l’automobile, il telefono, perfino il giradischi.

Ed una nuova forma di amnesia circonda come una nuvola i miei naturali corrispondenti, come se i loro affari non fossero i miei, come se avessimo scopi, destinazioni, strade differenti. Ma non so che dire, questa forma di vita non vale la pena di essere vissuta.

I miei esercizi più usuali sembrano lontani nel tempo e nello spazio, perfino questa scrittura se ne entra in un’altra dimensione mentre la macchina rosa che la contiene si spegne, inesorabilmente spesso.

La gente comune sembra impegnata, ovunque nel paese, a commemorare una ventina di soldati professionisti morti in guerra come se fossero combattenti per la pace, la libertà, la giustizia.

Che cosa mi rimane loro da dire? Basta un clima culturale per spazzare la vita dal pianeta? Il pianeta su cui siamo nati esiste ancora? Nessuna memoria sembra sufficiente.

18 novembre 2002

We have to connect the future to give us sufficient strength to settle the past at the same time.

Vista da qui la vita sembra davvero una combinazione di passività ed inadeguatezza, ma è molto comodo passare qui il proprio tempo, spesso molto dolce. Entrare al QG, dopo una settimana perso tra le rane di un paesaggio molto poco distinto, affondato nel traffico eccessivo e spaventose architetture, ha un sapore proprio consolatorio.

Amici buoni, e rispetto e riconoscimento del lavoro compiuto, sono ciò che occorre a chiunque come me abbia bisogno di un massaggio al proprio ego. Non credo di rischiare di perdere ancora l’equilibrio, penso però che ci sono un paio di lezioni che non ho ancora imparato.

Musica balcanica stasera, con una certa sorpresa da parte del vecchio Alfredo Lacosegliaz, curiosa figura legata agli anni settanta e agli ottanta di Moni Ovadia, che mi ha piacevolmente impressionato eccetto per un dubbio: come distinguere, al di là della buona fede, l’autenticità di una musica che non ci è familiare?

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