martedì, 14 novembre 2006

Molti anni fa passai un bel po’ di settimane in un gruppo di rieducazione per occidentali consumisti. Il conduttore del gruppo era americano, ma molto teso verso una certa inclinazione islamica diciamo bosniaca. Si trattava di organizzare nuove forme di pensiero alternative alle nostre le quali evidentemente non avevano avuto molto successo per le nostre vite private, di immaginare insomma una struttura di mentalità che potesse essere sperimentata per cambiare il nostro modo di vedere le cose.

La mia capacità di organizzare sistemi, allora come ora, volgeva decisamente alla sintesi, rendendo così il mio poco talento molto incompleto se non del tutto dipendente. Quello che volevo era una maggior capacità di analisi, nel tempo e nello spazio, per equilibrare la mia eccessiva tendenza alla fede nell’intuizione.

Il mio compito, spesso, consisteva di pesanti e molto semplici lavori in giardino, senza particolare supervisione, così da poter osservare le ripercussioni di ogni mia decisione, di ogni azione compiuta durante la giornata, una specie di assunzione di impresa non manipolabile. Nessuno su cui scaricare gli errori, nessuno cui chiedere aiuto.

Probabilmente mancai di imparare qualcosa di segreto per me. La cosa buffa è che le mie intuizioni pratiche hanno sempre funzionato bene con le piante, sono cresciuto in campagna, in mezzo a orti, campi e piccole fattorie, non riuscivo a vedere quale fosse la sfida, quello che probabilmente sarebbe stato utilissimo per un maturo manager educato in città era irrisorio per me.

Il grande enigma, in una comunità come quella, per me, consisteva di una diffusa tendenza alla riflessione narcisistica, nessuno spiegava in che cosa consistessero gli errori, i quali avevano la stessa natura di qualunque altro posto. Le persone lasciate libere, semplicemente, cercavano modi per corroborare le loro esperienze precedenti, cercavano soltanto, in netto dissenso dall’opportunità presentata, di darsi ragione.

Ciò che veniva praticato in essenza era un esercizio continuo, incessante dell’attenzione, della sensitività alle visioni determinate dall’ambiente Reale, tutta la pratica volta al lavoro manuale era solo un imbroglio per la mente, che tutto si spiega da sè e tutto manipola per distoglierci appunto dalla realtà dell’ambiente.

Una delle caratteristiche fondamentali della nostra comunità è questa cospirazione diffusa riguardo alla realtà del mondo, nessuna esperienza individuale è mai incoraggiata, nessuna iniziativa supplementare alla mimesi è supportata, eccetto che per gli eccentrici, i quali sono considerati, appunto, eccezionali e inutili.

Non ho mai capito in che cosa consista l’educazione, soprattutto non capisco come si possa vedere la naturale inclinazione di una persona per poterla aiutare a sviluppare le sue potenzialità. Ma quello che ho visto riguardo una buona strategia dell’educazione consiste semplicemente in un’incoraggiamento alla presa di responsabilità, in opposizione a quella che è la caratteristica fondamentale del nostro stato: l’abrogazione della stessa.

14 novembre 2003

Se non ci fosse, la sera prima di chiudere la giornata, in una giornata in cui il minaccioso peso dell’abbandono della protezione sociale è schiacciante, quasi soffocante, se non ci fosse qualcuno che racconta una storia sulla comune difficoltà di affrontare la vita tra i cani, senza umanità, se non ci fosse la necessaria consapevolezza che nessun cane, mai, potrebbe trattarmi come chi disse una volta, o molte, di essere mio amico. Cosa potrebbe mai portarmi avanti nella vita?

Non è l’amore quello di cui ho sentito la mancanza. Non è il dolore quello che mi ha tolto il fiato. Non sono le speranze che il nuovo mondo spazzi via quello antico, come succede, come non può che succedere. Non è il senso del tradimento o dell’abbandono che mi hanno tolto la volontà.

Non sono le menzogne, le amnesie ed il vuoto che mi spaventano, la notte. Quello che non posso più sopportare è il sentimento che altrove, ovunque, qualcuno non stia soffrendo esattamente nello stesso modo, nella stessa misura, con la stessa intensità. Lars von Trier, stasera, mi ha rassicurato.

a professional job of delivering breathtakingly trite sentiments to stultifyingly banal melodies with the semblance of sincerity

14 novembre 2002

Address the process rather than the outcome.

Then, the outcome becomes more likely.

All’improvviso mi scopro di nuovo ad aspettare una telefonata, da qualcuno che si occupi della mia organizzazione, e che mi paghi, senza poi avere aspettative eccessive. Di tutte le lezioni che ho imparato quest’anno questa è la più difficile di tutte: non sono abbastanza capace di imparare una lezione.

Imparare il cambiamento, imparare a sopportarlo, a governarlo, sulla dinamica del disastro, questa è la stessa necessità che abbiamo tutti: se sopravviveremo non lo faremo nella stessa forma mentale in cui ci troviamo adesso, perché questa è funzionale ad un mondo che probabilmente non esiste affatto, certamente non più.

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