GIOVEDÌ, 09 NOVEMBRE 2006

In Italia si butta via tutto, vestiti nuovi, cibo e ideologie, intere classi dirigenti, talenti scientifici, centri e gruppi di studio, brevetti e scoperte, diritti d’autore, opere d’ingegno, si buttano le bretelle, i papillon, i testi degli amanuensi, gli affreschi di Mantegna, si buttano tonnellate di frutta e milioni di litri di latte, si buttano testi di legge e la capacità stessa di leggere invece di scrivere. Si disprezzano l’udito, l’olfatto, l’uso corretto del denaro, del sesso, del tempo.

Lelio Luttazzi, come un vecchio compagno d’arme e di amori, si riaffaccia sulla scena che malvolentieri aveva abbandonato, dopo le maldicenze, gli errori giudiziari e la disattenzione generale, dopo la distratta noncuranza del suo pubblico, dopo la morte di molti compagni. Si riaffaccia con la cortese distanza, noblesse oblige, che la sua età e la sua classe impongono, ma sempre televisione è, per noi che lo vediamo da casa nostra.

Mi viene in mente tutta una serie di autentici talenti, maturi ed equilibrati, che sono stati massacrati dall’opinione publlica deviata, ma anche da produttori ed editori, anche da chi navigava comodo a spese loro, magari convinto di poterne prendere il posto. E’ un vezzo speciale, incoraggiare gli altri a morire, che di rado genera vita per qualcun’altro. Alla fine, perdiamo tutti.

Sergio Endrigo non ce l’ha fatta a superare la scancellazione pubblica, a volte non è sufficiente l’abbraccio della famiglia, la protezione di una casa. L’oltraggio pubblico ti segna dentro. L’infinita tristezza dell’esule senza luogo di nascita ha avuto il sopravvento su di lui, come su tanti dalmati che hanno visto ancora meno luce. Lo stesso segno della dannazione che consumava Giorgio Gaber, al cui funerale non c’è stato nessun politico, la stessa distanza da quello che vale, e che non vale più niente per nessuno.

Mi piacerebbe che Lelio avesse ancora il morbin che aveva allora, quando la prima serata era solo sua, il morbin che ti fa sentire vivo nonostante l’evidenza, che ti permette di essere paterno con Mina come con Fiorello. Un vecchio signore di origini Triestine, che si è preso la guerra in faccia e la ricostruzione sotto braccio. Bello vederlo in azione mentre qualcuno prende nota e impara la lezione. Mi piacerebbe andare a cena con lui in osteria, e corteggiare le ragazze insieme come se la vita fosse senza fine.

MERCOLEDÌ, 09 NOVEMBRE 2005

What if what you do to survive
Kills the things you love
Devils and Dust
Bruce Springsteen

La ricerca della normalità vale la perdita delle passioni individuali?
Consideriamo l’esistenza individuale: l’essere che crediamo di rappresentare si svolge in una dimensione metastorica, atemporale, ma risiede ugualmente senza dubbio in un contesto, senza il quale il senso delle sue percezioni e delle sue espressioni sarebbe estremamente inconsistente.

Lo sviluppo individuale nel contesto segue una linea, diciamo così, di sviluppo in due filoni essenziali: l’esperienza e l’intelligenza. Questi due filoni perdono senso, importanza, bellezza e luminosità se separati: implicano cioè l’avanzare dell’uno l’altro.

Lo strumento che, a mio parere è necessario perché questa consistenza individuale, quindi il senso dell’intera esistenza, abbia uno sviluppo “normale” è l’assunzione di responsabilità, in altre parole la consapevolezza continua delle ripercussioni provocate dal semplice reagire, agitare, muovere, forse trasformare, presagire, infine agire.
Esistono identità, comunità e linguaggi condivisi che posso capire, esistono senz’altro utilissime convenzioni e metodi, condivisioni che coprono grande spazio nella nostra esistenza “normale”.

Intendo rimarcare che, a mio modo di vedere, le convenzioni sono una gran bella cosa, utile e comoda. Credo che è per questo che ce n’è così tante. In questa società la parte del nostro essere contestualizzabile vive e respira, e ad essa, grazie alla sua intelligenza, si conforma.

La nostra esperienza sociale può essere un formidabile strumento di verifica, che può essere molto dura, della realtà delle nostre idee, della loro esistenza intrinseca, della loro utilità. La relazione sociale è uno specchio, o un martello, con il quale misuriamo parte di ciò che crediamo di essere. E così possiamo comunicare.

Ci sono poi, in uno spazio più interno, pulsioni, desideri, aspirazioni ai quali non ci possiamo sottrarre. Di questo consistono le passioni: di un autentico dolore che possiamo superare solo con l’azione, siamo obbligati a intraprendere un azione, a compiere un’impresa altrimenti sentiamo dolore.

Entrano in gioco qui altri due aspetti, non so quale dei due abbia maggiore priorità: La sospensione del giudizio e l’accettazione del dolore. In questa dimensione, nella quale sottolineo non scegliamo di entrare, possiamo fare le prove di un’altra esistenza, prendere dei rischi senza rischiare la vita, accettare sfide incondizionatamente, imparare, transustanziare emozioni, sentimenti, perfino oggetti.

Possiamo apprendere l’Arte. E così possiamo cambiare.
In un organismo comune Normale , in una comunità identica, in una società armonica le due esistenze si sommano. In una società in cui l’autenticità non è il valore primo si sottraggono. Le diverse parti della nostra esistenza posso attuarsi di concerto, andare a tempo e a tono, armonizzarsi, rinforzarsi e portarci ad un’autentica opportunità di sviluppo. Oppure no.

In fondo credo che non esista affatto una Società, sia essa nazionale o addirittura statale, esistono invece comunità fondate sull’intento, esistono associazioni per la cultura della giustizia, esistono laboratori in cui la società normale esiste ed è un esempio. Forse in una dimensione minima e praticabile abbiamo una scelta e su questa scelta possiamo focalizzare il nostro lavoro. Forse la domanda giusta è : Come lavorare sulle nostre passioni per mettere in atto una comunità Normale?

9 novembre 2003

Ancora una domenica distesa, in cui la mia partenza in autostrada è ritardata, mentre la pulizia di una nuova stanza azzurra si prende parte della mia attenzione. Un lavoro utile di cui ho estremo bisogno: ottime visioni si affacciano e trovo lentamente modo di dare loro forma comprensibile. Nulla di meglio del lavoro fisico per liberare un po’ la mente. Una veloce nota, quella che sto scrivendo, prima di partire per Spinea insieme ai miei bambini semiaddormentati.

9 novembre 2002

Toni parte prima di pranzo e così restiamo da soli con mamma, senza Rocco che se ne è andato a sciare (!). I tempi erano molto differenti quando io e Stefania siamo rimasti soli in questa casa l’ultima volta, adesso il pomeriggio è molto più soffice.

Un pomeriggio insolito, una specie di conferenza etnomusicologica internazionale al QG, ma rimango solo per metà dopo aver avuto risposte insoddisfacenti da una parte dei relatori, incluso Roberto Starec che già conoscevo. Forse sono solo impaziente di tornarmene a casa.